Arance paleolitiche

 Editoriale per inguineMAH!gazine n° 7, Coniglio Editore

Con Vera le piace parlare della prigione. Una volta, mentre bevevano il tè, l’ha vista curvarsi in modo strano sulla tazza come a cercare qualcosa caduto dentro. Cosa cerchi, le ha chiesto Nadežda. Il mio viso, le ha risposto Vera. In prigione, le ha detto, non c’erano specchi, ci si poteva specchiare solo nell’acqua e soprattutto nel tè. (in Elisabetta Rasy, La scienza degli addii)


Lo so, probabilmente può sembrare pesante: e anche presuntuoso. Intendo, parlare raccontare rappresentare il carcere. Questo luogo altro e sconosciuto: talmente altro che Echaurren lo ha definito l’ultima comunità paleolitica o galeolitica, contemporaneamente. Eppure in qualche modo lui, da bravo astronauta del tempo, è deputato a parlare di questo pianeta sconosciuto, e anche a rappresentarlo, perché lo ha frequentato, quasi abitato, per tempi lunghi. Avendo come guida Valerio Fioravanti, Pablo ha girato i gironi di questo enorme purgatorio con occhiali meno strabici dei nostri. E quindi? Non voglio giustificare anzitempo questa operazione a rischio di vertigine e di strabismo: credo solo che si possa esplorare anche con la mente, se si usano occhiali onesti, e che questa esplorazione sia un po’ come il guardare di Vera nella tazza del tè, un cercare il proprio viso. Il carcere, come dice sempre Echaurren, non è che un anagramma della parola cercare.

 Quando si viaggia, qualsiasi sia il viaggio, quello che facciamo è cercare la nostra identità. Forse è stato questo lo sprone di questo album (dell’) immaginario: riaggiustare la nostra definizione partendo dalla clausura e dalla forzata detenzione di altri che ci sono stati tolti come appartenenza perché in carcere. Il raccolto è in questa vendemmia di storie a fumetti e di parole di altri visitatori: la particolarità di questo numero è che, senza volerlo, sono tutti italiani. La nostra esterofilia non si è placata, ma è stata un lapsus selettivo che ci ha portato all’italianità dei racconti (e sì, anche noi siamo facili bersagli delle malattie dell’italietta, basta distrarsi un attimo…). Mi sono giustificata abbastanza? Ho percorso in toto la via crucis del mea culpa mea culpa mea maxima culpa? Ecco, anche questi scherzi gioca la galera: ti porta a doverti sempre difendere. Quindi in un certo senso non ci siamo stati fisicamente, ma abbiamo assorbito le sue meraviglie psicologiche. Consiglio per l’uso di questo numero: tenetevi a portata di mano le arance.


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