Critical Texts Contemporary Art


True Detective / Across the Line

Catalogo "Across the line", artista Nerosunero (Mario Sughi)
Edito da GIUDA edizioni, 2014

 

“Io penso che la coscienza umana sia stato un tragico errore dell’evoluzione. Siamo diventati troppo consapevoli di noi stessi. La natura ha creato un proprio aspetto che è diventato indipendente da essa. Siamo creature che non dovrebbero esistere, secondo la legge naturale”. Rustin Cohle in True Detective, The Long Bright Dark, episodio 1 stagione 1

 

Oltrepassare la linea tra ciò che appare e ciò che è: questo è uno dei centri narrativi più ustionanti della serie TV più osannata degli ultimi tempi, la pluripremiata True Detective. Una reazione curiosa di un pubblico che sembra essere coltivatore di autoreferenziali certezze, aduso al pregiudizio, non educato alla sperimentazione e alla ricerca di fonti e che invece si è sentito fortemente attratto da questa miscela di fotografia artistica, dialoghi nietzschiani e piani sequenza lunghi come quelli sovietici. 

 

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Nel due qualcuno si fa sempre male - Maria Ghetti

Pubblicato nel catalogo R.A.M. 2013, GIUDA edizioni, Ravenna

Nel due qualcuno si fa sempre male. 


Il presente non è ciò che si è, ma ciò che si fa...

Noi non percepiamo, praticamente, che il passato dal momento che il puro presente è l’inafferrabile progresso del passato che erode il futuro1


Maria Ghetti opera come una ricercatrice sociale dello spazio, un’artefice che vuole rendere visibile l’invisibile, un’ape operaia nello spazio obsoleto. È una transumante della campagna. Poggia i piedi tra Torri di Mezzano e il Belgio. Si interroga sull’integrità del sé come farebbe un giovane Jung: la relazione tra l’Io e il sé, che può essere orizzonte e possibilità. L’orizzonte è una meta, non solo e non tanto fisica, e la possibilità nuota nella costante e incessante vorticosità del mutamento. 

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ROM.AGNA Pratiche di transumanti

Pubblicato nel catalogo R.A.M. 2013, GIUDA edizioni, Ravenna

“Trasumanare” è uno degli innumerevoli neologismi utilizzati da Dante e significa andare al di là dei limiti della natura umana, trapassandola, trasformandola, fino a superarla per aderire ad una natura più alta, alla natura divina. Ripresa da Pasolini nella raccolta Trasumanar e organizzar, è diventata la parola guida di questa edizione di RAM: una sollecitazione partita dall’analisi delle biografie degli artisti e curatori vincitori di questa edizione, giocando con una parola affine fonicamente come transumante. Entrambi i termini, uno alto, letterario, l’altro legato alla pastorizia, a una delle attività più antiche dell’uomo, sono legati al viaggio, all’attraversamento, alla condizione mutabile.  

La comunità artistica che ci troviamo davanti ci ha rimandato a questi due concetti: in questa nona edizione di RAM il tema su cui si sono trovati a lavorare gli artisti premiati è emerso da loro, da quello che loro comunicano con le loro storie e biografie. 

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Cuori così bianchi. Un immaginario dialogo tra Javier Marías e sua figlia. 

Pubblicato sul catalogo di Selvatico, Cotignola (2013)

  • Hai finito?

  • In che senso, ho finito? Intendi se ho finito di scrivere?

  • Sì, vedo che guardi la pagina bianca.

  • È così. Ho scritto la parola fine. Ma non so se questo significa finire. Perché sempre si può ricominciare. Decidere un nuovo inizio.

  • Certo. Anche io a volte decido di cominciare un gioco nuovo. Comunque lo decido. Allora, hai deciso di finire?

  • Credo di sì. Vedere la pagina bianca mi fa pensare alla fine. Che non ho più niente da aggiungere.

  • È strano, tu dici sempre che la pagina bianca è un inizio, è la possibilità, non la fine. Oggi mi dici il contrario.

  • A volte anche il contrario può essere vero.

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Nilbar Güreş

Published in catalog Arrivi e Partenze_Mediterrano, GIUDA edizioni (2012)

Sono sport sconosciuti quelli che praticano le donne per sopravvivere alla quotidiana erosione di possibilità, agli infiniti ostacoli che una società profondamente maschilista ha prodotto nei millenni. 

La verve ironica, e a tratti comica, è vivida e inequivocabile. 

Per le moderne Dee Kali dalle mille braccia il fitness non è inteso come il processo di mortificazione del corpo a cui si sottopongono in molte per corrispondere ad ideali modelli di una femminilità plastificata, ma piuttosto è l’olimpionica abilità di coniugare identità, aspettative, impegni e ruoli ogni giorno. Unknown Sports, come molti altri lavori dell’artista turca, non necessita di particolari sottotitoli. Parla un linguaggio iconico immediato, anche se stilisticamente ineccepibile. L’esposizione pubblica, la teatralità accentuata, la ridondanza da soap opera (è la stessa storia signore, ma raccontata da più protagoniste) crea un tableau vivant in cui in posa c’è la femminilità quotidiana, reale e tangibile. Lo spazio sconosciuto evocato dal titolo e che diventa pubblico, esteso, surreale, è l’invitato di pietra. Ad esso il ruolo di sipario strappato che inevitabilmente mostra qualcosa che di norma si vuole celare dietro la tenda. 

La versatilità di Güreş, che utilizza fotografia, disegno, video e collage, non deve ingannare. Il punto di vista è focalizzato, concentrato e la poetica coerente. Il centro propulsivo del suo multiforme lavoro, che l’ha portata in poco tempo ad una presenza qualitativamente significativa a livello internazionale, è la decostruzione dei luoghi comuni, degli stereotipi e delle mappe codificate che definiscono l’identità politica, culturale e di genere. Dagli interventi performativi, che la vedono protagonista di azioni dirette al disegno, la vulnerabilità delle maschere sociali è il centro ideale della ricerca di quest’artista che sottolinea attraverso “ la grammatica dell’ironia e della comicità involontaria”, come scrive Başak Şenova, 

“la brutalità della vita”. In questo scrutare da una serratura volutamente serrata, non c’è moralismo o preconcetto. C’è piuttosto una farsa tragica in cui è sempre possibile la caduta nel gorgo del comico, inteso in senso pirandelliano, come “avvertimento del contrario”, ovvero come contrasto tra apparenza e realtà. L’apparenza e la codifica imbalsamata, che ci viene trasmessa dell’immagine femminile nel mondo di tradizione islamica e in particolare turco, viene qui completamente capovolta, rendendoci partecipi di una femminilità che ci appartiene in quanto donne che vengono svelate nella loro comune condizione di subordinazione, ma allo stesso tempo di olimpioniche atlete del destino. 

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Ganzeer

Pubblicato nel catalogo Arrivi e Partenze_Mediterrano, GIUDA edizioni (2012)

Allo pseudonimo Ganzeer corrispondono numerose attività artistiche, difficilmente etichettabili sotto un’unica categoria. Ganzeer produce e dirige una rivista online molto seguita, realizza graffiti, fa il designer, realizza font e molte altre cose a cui non vuole rinunciare solo per potere essere “intrappolato da una categoria”, come egli stesso ha più volte dichiarato. 

Diventato noto al largo pubblico per la realizzazione dei graffiti sui muri de Il Cairo durante i giorni della rivoluzione, Ganzeer non si è in realtà mai fermato. Dalle fanzine all’arte digitale tutto gli interessa e, come molti altri suoi simili nel mondo, riesce ugualmente in tutto. 

Arrestato e poi rilasciato per avere disegnato un carro armato che punta un uomo che porta del pane in bicicletta, fa parte di una generazione 

di artisti egiziani che non vede soluzione di continuità tra azione politica 

e artistica. 

“La gente dimentica” – ha dichiarato quando è stato arrestato –“che le strade sono della gente. Pensano che siano una sorta di entità controllata dal governo ufficiale. Penso che sia importante ricordare ai cittadini che le strade sono invece di loro proprietà”. 

Alla base del lavoro di Ganzeer c’è un principio molto chiaro: non c’è arte pubblica, Street Art, senza messaggio. E tale convinzione è talmente profonda che l’autore non firma i propri lavori in strada. La figura preparatoria realizzata per il catalogo per poi essere reinterpretata per apparire su una delle arterie principali di Ancona è in questa senso esplicita: un uomo con un turbante visibilmente subordinato alla fatica e quasi rassegnato, con uno sguardo di una stanchezza atavica, con una t-shirt che richiama alla cultura globale, sta trasportando un peso oppure è una moderna cariatide. La scritta in italiano gioca sull’ambivalenza del sito nel quale l’immagine sarà collocata, ovvero un sottopassaggio ad alta frequentazione. Sono gli immigrati i costruttori di ponti, forza lavoro sottomessa e docile. 

Ma è anche un richiamo alla retorica della cooperazione internazionale, che pronuncia con facilità suadente e oratoria questa frase, per poi vederne sparire il senso quando la diplomazia internazionale e le politiche estere dei vari paesi agiscono e decidono. 

È possibile vedere tutti i lavori realizzati da Ganzeer e dagli altri graffitisti seguendo la mappa  da lui realizzatahttp://ganzeer.com/cairostreetart/index.html: l’interesse di questa mappa non è solo turistico o per lo spettatore. È possibile difatti visionare le opinioni e i commenti dei passanti che twittano le proprie impressioni su quanto vedono. 

Ad Ancona per Arrivi e Partenze realizzerà un intervento su un muro della città, che andrà ad ampliare la “collezione” all’aperto che comprende lavori di Blu, Paper Resistance, Ericailcane, e molti altri.

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Borjana Mrdja

Pubblicato nel catalogo Arrivi e Partenze_Mediterrano, GIUDA edizioni (2012)

Mrdja è un’artista bosniaca che ha già all’attivo mostre e progetti artistici in molte parti del mondo, da Berlino a New York a Milano. 

Utilizza prevalentemente la fotografia per documentare un lavoro artistico che è realizzato attraverso lo stretto contatto con il pubblico e la relazione con il proprio corpo. Il tema del confine e del limite identitario costituisce uno dei nutrimenti più proficui del suo lavoro. 

Il corpo è il confine e il confine diviene corpo: è questo il quesito che pone The Border, in cui la ferita presente sulla mano dell’artista viene messa a confronto con i confini della Bosnia nel 2010. Confini labili anch’essi, quanto quelli di una ferita che piano piano cambia forma, si assottiglia e segue il passaggio del tempo. La sua è una forma di “contro-cartografia”, per dirla con Claudia Zanfi, che individua il corpo come unico confine, o forse che vede nell’ambiguità del limite corporale riflessa l’ambiguità del confine fisico: un confine continuamente ridiscusso, messo in gioco, ridisegnato, con barriere vere o invisibili, da mani che non tengono conto delle cicatrici. La geografia umana diventa mappa vera e propria riflessa su un corpo, il proprio. Lo stato d’eccezione, nella definizione che ne dà Agamben, diviene il soggetto rappresentato da questo lavoro, che dalla sintesi e dalla contemporanea possibilità di assurgere a forma simbolica perfetta della condizione bosniaca trae la sua maggiore forza. 

In Artists at Work, progetto nato nel contesto del progetto INTRADA/ modes of speech curato dalla tedesca Role, il confronto tra l’artista bosniaca e i tedeschi con cui ha collaborato, ha portato alla realizzazione della light box esposta ad Ancona: una fotografia in cui le figure umane sono state tagliate. La luce quindi traspare dalle loro silhouette, indicando come nella visione dell’artista l’esclusione degli elementi identitari, in questo caso artisti provenienti da diversi paesi, possa essere un punto di partenza positivo. Quello che rimane e che definisce l’azione creativa dei singoli è il paesaggio, che accomuna i corpi senza interessarsi 

al loro background. 

L’artista nasce e agisce nello spazio sociologico e culturale, esso riflette 

una luce, in cui l’artista agisce e diventa in qualche modo ombra. 

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Clio Casadei

Pubblicato nel catalogo Arrivi e Partenze_Mediterrano, GIUDA edizioni (2012)

You in space are the parameter, the maximum limit, 

 

the end of my stroke

 

Clio Casadei ha cominciato la propria attività artistica con il disegno, dedicandosi poi all’istallazione, come strumento che segna maggiormente la fugacità dell’intervento artistico, e convertendo questa fase artistica in un audiolibro, una forma narrativa ed espositiva che unisce queste due anime. 

Tu nello spazio sei il parametro, il limite massimo, la fine della mia corsa 

è costituito di 112 pagine e 11 minuti di traccia audio, in cui l’artista 

curatrice e narratrice di se stessa. È un’opera che lavora sulla fugacità dell’immanenza e tesse un dialogo curatoriale con lo spettatore. 

Può l’atto espositivo essere inteso non come l’oggetto esposto, ma come la comunicazione dello stesso? Partendo da questo quesito, l’artista ha deciso di agire esclusivamente nello spazio del tempo dato dall’occasione e di distruggere successivamente tutte le tracce di tale passaggio. L’audiolibro costituisce la testimonianza narrativa di questo percorso, che comprende 5 lavori: Della distanza nella definizione (On Distance into Defining) 

2008-2010, La storia è degli uomini (History belongs to human kind) 2008, La mia affezione, la mia eclissi (My affection, my eclipse) 2009, Prendi il mio tempo (Take my time) 2008, Trilogia (Trilogy) on-going, realizzati in diverse occasioni e luoghi. Il viaggio narrativo parte da un progetto legato ad Istanbul, città alla quale molti degli artisti invitati sono in qualche modo legati, e che conferma quanto la capitale culturale dell’odierna Turchia costituisca uno snodo ineludibile nella pratica artistica del Mediterraneo. Osservando la forma luminosa dal satellite della metropoli turca è possibile registrare il suo profondo mutamento, non percepibile dal piano urbanistico, che viene giornalmente disatteso, ma segnato dall’aumento vertiginoso della luminescenza che mostra dallo spazio quanta umanità nuova accolga la città ogni giorno. Anche nei successivi interventi dell’artista il centro pulsante è la narrazione, il cogliere la vertiginosa spinta del racconto per trasferirla in un atto, che per forza deve scomparire per inseguire il tempo. 

In La storia è degli uomini tale elemento viene sottolineato da una cartografia che segna non il limite spaziale, dei luoghi, ma che disegna lo spostamento degli uomini, il loro migrare. Il disappunto dell’ineludibile erosione del tempo che scorre è evidente anche in Prendi il mio tempo, dove il generoso dono enunciato nel titolo altro non è che la dichiarazione di una sconfitta.  

L’atto espositivo viene concepito come una natura morta: uno still life che segna un punto nel processo creativo, ma non ne coglie il dispiegarsi. 

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Almudena Lobera

Pubblicato sul catalogo Arrivi e Partenze_Mediterrano, GIUDA edizioni (2012)

Il campo di indagine prediletto da questa artista versatile e per certi aspetti virtuosistica, è il rapporto tra rappresentazione e realtà, specchio e oggetto ipoteticamente reale, la follia e il suo sguardo strabico e conturbante. 

Si inserisce a pieno in quella scia secolare che ha attraversato la cultura ispanica, da Calderon de La Barca e Gongora, per arrivare alle riflessioni sul tempo di Maria Zambrano, il lavoro di questa giovanissima artista che riesce ad attraversare con candore e leggerezza, senza rinunciare mai ad un’estetica raffinata e impeccabile, tematiche squisitamente filosofiche. La sua produzione si inserisce tuttavia a pieno titolo nella grammatica visiva internazionale che si nutre, oltreché del portato culturale specifico, dei quesiti posti da Walter Benjamin: nell’epoca della riproducibilità dell’opera d’arte è necessario instaurare un rapporto dialettico con la creazione artistica. 

Tutti i lavori di Lobera ruotano intorno a questi centri tematici: dalla performance / evento PORTADORES. La imagen en el campo ampliado del cuerpo,  realizzato insieme a Isabel Martínez Abascal, tatuatrice d’oltre oceano, a Procedencia desconocida, mappa concettuale e istallazione che costituisce una riflessione visiva sulle diverse modalità di rappresentazione tra le persone “normali” e quelle considerate inferme mentali, in particolare psicotici e schizofrenici. 

Fortemente influenzata dal surrealismo, in particolare da Man Ray, Lobera opera una propria ricreazione di un almanacco visivo in Manual de la imagen mental, serie presentata ad Ancona, che dialoga con 

lo spettatore invitandolo ad un’azione positiva ed ironica, ovvero a creare la propria immagine mentale utilizzando una serie di gesti disegnati. Questa ossessione classificatoria e normativa si scontra ovviamente con lo spirito fortemente oppositivo al senso del feticcio: come se fosse possibile toccare con mano, manipolare e destinare l’immagine mentale. 

In Lugar Entre ritorna il tema del luogo delle immagini, ma con modalità differenti: disegno, fotografia, istallazione. L’artista decontestualizza oggetti che appartengono a momenti diversi della comunicazione, in questo caso il soggetto è la fotografia digitale. La dissoluzione dell’oggetto è sostenuta dalla sua decomposizione in tre momenti, dal dialogo che instaura con lo spettatore: il soggetto femminile è di spalle (e in questa scelta c’è una evidente citazione pittorica) e viene guardato dal mirino fotografico che osserva anche lo spettatore, in un gioco di specchi sottolineato ulteriormente dal vetro.

Lobera ha vinto il Premio Generación 2012 - Proyectos de Arte Caja Madrid, ed è un’artista che utilizza moltissimo il disegno, oltre all’istallazione e la performance. 

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Alban Muja

Pubblicato sul catalogo Arrivi e Partenze_Mediterrano, GIUDA edizioni (2012)

Alban Muja insegue con ironia la possibilità infinita della nominazione, come atto creativo e autonomo, forma indiscutibilmente artistica consegnata a ciascuno di noi. 

Nella deriva identitaria molteplice e transitoria che ha travolto parte dell’Europa orientale (ma a cui non è insensibile anche la restante geografia), il tema dei nomi è diventato un leitmotiv inquietante e a volte barbarico, ma che può trovare anche una leggerezza ironica, un valore positivo se indagata con lo sguardo malinconico del giovane artista

In Tonys l’obiettivo fotografico immortala in un’istantanea che ricorda feste tradizionali o occasioni ufficiali, un gruppo di bambini, nati tutti nel 1999, chiamati dai genitori “Tonyblair” in onore dell’ex primo ministro inglese, politico che sostenne con vigore l’indipendenza kosovara e che è considerato un eroe dagli albanesi di questa parte del mondo. Anche Palestina e Tibet partono dalla stessa indagine: un giovane uomo e una giovane donna di Pristina che raccontano le motivazioni per cui portano il nome di un Paese estero. Nominare sostiene un figlio è una sorta di atto creativo primario e in queste deviazioni dalla tradizione Muja sembra intravedere il cambiamento: in queste scelte prevale la cesura rispetto alla tradizione di nominare i bambini con i nomi dei parenti defunti, ma c’è anche la ricerca di una storia nella storia, di un omen/nomen nascosto, che gioca a volte brutti scherzi. Come ci si sente ad essere albanese del Kosovo e chiamarsi con il nome di uno stato che non esiste? La geografia ufficiale gioca brutti scherzi e l’identità fragile e in bilico del Kosovo sembra essere una rifrazione della vicenda palestinese nella lettura di Muja. .In Blue Wall Red Door il nome confonde i luoghi e l’orientamento: gli abitanti utilizzano altri sistemi, visto che i nomi delle strade negli ultimi anni sono cambiati continuamente e non possono essere l’ancora per raggiungere il proprio obiettivo.

Cresciuto in uno spazio artistico successivo all’internazionale affermazione di artisti come Anri Sala e Marina Abramovic, Muja condivide la stessa attenzione all’impatto etico e alla riflessione politica in senso alto dell’arte, coniugata ad una nuova arma, senza dubbio indolore, che è l’ironia. È evidente inoltre la concentrazione sull’aspetto privato, individuale della ricerca: microstorie che emanano con forza la dialettica politica internazionale, ma che allo stesso tempo sono piccoli granelli e non una spiaggia. 

I suoi lavori sono stati esposti a Vienna e Berlino in spazi pubblici e in molte galleria dei Paesi dell’ex Yugoslavia.

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Arrivi e Partenze_Mediterraneo

Curatela e testo in catalogo, Giuda edizioni, Ravenna (2012)

Un uomo deve pur nascere da qualche parte!

Ivo Andrić

 

 

La metamorfosi appare spesso come una metafora che è rimasta latente per tutta una vita e che viene improvvisamente compresa in termini visivi1 : il processo metaforico che porta alla trasformazione passa decisamente dal visivo nell’ambito della tradizione mitologica, proprio per rendere comprensibile razionalmente qualcosa che diversamente potrebbe rimanere relegato nella sfera esclusiva della fede. Nel processo metaforico, che porta a un cambiamento che traduce in materia questa latenza, è sottinteso una profonda idea di crisi; l’inquietudine che si avverte nella trasformazione può essere condensata in angoscia, dolore per la perdita o, più sentimentalmente e proficuamente, in nostalgia. Ma è della trasformazione e della metamorfosi che si nutre il discorso mitologico, e sostanzialmente anche quello artistico.

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Abecedario della storia sotto il tappeto

Pubblicato nel catalogo R.A.M. 2011, GIUDA edizioni, Ravenna

RAM è la selezione biennale curata da Associazione Mirada per conto del Comune di Ravenna, che permette ai giovani artisti visivi del nostro territorio da ormai dieci anni di crescere e farsi conoscere a livello regionale, nazionale e internazionale.

RAM non è solo la mostra, che costituisce sicuramente il momento più importante ma non conclusivo di questo percorso, ma è un progetto complessivo di affiancamento e crescita degli artisti coinvolti, attraverso il confronto con i curatori e i critici, la proposta progettuale e la costruzione di un processo di comunità artistica più in generale.

Il tema individuato per l’edizione 2011 si rapporta ancora una volta con la città e i suoi umori, recuperando temi, simboli, suggestioni che appartengono all’humus di Ravenna, rivisitati con l’occhio e le mani degli artisti. Partendo dalla prolusione di Sauro Mattarelli in occasione della visita del Presidente della Repubblica alTeatro Alighieri, che produceva una serie di esempi di nodi storici e lasciti piuttosto nascosti che gridati nella nostra città, i vincitori di RAM hanno lavorato confrontandosi con i critici, su questo ipotetico abecedario “sotto il tappeto” che forma la nostra identità culturale. Alberi della libertà, permanenza dell’esilio a partire dal più famoso profugo politico ovvero Dante, movimenti anarchici e socialisti, accoltellatori, sono alcune delle suggestioni che hanno condotto alla realizzazione delle opere.

RAM non finisce con la conclusione della mostra, ma continua attraverso l’attività dell’ufficio giovani artisti del Comune di Ravenna che si occupa di diffondere e sostenere la partecipazione degli artisti under 35 locali alle occasioni per loro pensate a livello nazionale. La comunità artistica è fatta di voci e incontri, perché come diceva Lévinas l’Altro venendomi incontro mi espelle dalla mia solitudine. 


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La maschera dell'esilio. Filippo Molinari nello sguardo di Dante. 

Pubblicato nel catalogo R.A.M. 2011, GIUDA edizioni, Ravenna

Ho sostenuto che l'esilio può produrre rancore e risentimento, ma anche una visione più acuta delle cose. Edward Said, Nel segno dell'esilio, 


Esiste una tradizione e una permanenza dell'esilio? Said interpretava la condizione dell'esilio come uno spazio in cui praticare la critica. L'esilio e la memoria, diceva, vanno a braccetto. E condizionano la modalità con cui si guarda al futuro, perché essa dipende dal modo con cui ci approcciamo al passato. Nella permanenza dell'esilio dantesco che è data dalla dimora funeraria del poeta fiorentino, proprio la condizione dell'espatriato per ragioni politiche è stata spesso sommessa, detta sottovoce e non acquisita come elemento sostanziale della volontà di attribuire un'identità dantesca alla città di Ravenna. Anche se nell'ultimo periodo è stato scelto proprio D.A.N.T.E. come acronimo per il progetto SPRAR del Comune di Ravenna che vede oggi fornire asilo politico a 45 persone.

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L'inchiostro di Saturno

Pubblicato sul catalogo di Selvatico, Cotignola (2011)

Il disegno assomiglia a una sorta di scrittura. Nell'antichità si usava anche il termine “antigrafia” per indicare sia l'atto di disegnare quanto quello di scrivere. Questa contiguità permette con minore senso di vergogna di spendere parole sull'atto del disegnare. Spesso l'effettiva limitatezza del discorso, scritto o parlato, la mutilazione delle frasi sull'arte, mi spingono a pensare che il miglior lavoro critico sul disegno dovrebbe essere disegnato. È un percorso che il fumetto sta intraprendendo, quello di esplorare le possibilità con cui la sequenza disegnata può “dire” qualsiasi cosa. C'è molta confusione in merito. Alcuni usano etichette come “Graphic Novel” o “Graphic Journalism” (rigorosamente in inglese, of course) per il loro valore intrinseco di marketing, senza posare lo sguardo su quanto stanno catalogando. Ma la strada è aperta. Il giardino è ampio e incolto e la crescita dei frutti dipende dai giardinieri. 

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Esorcismo mediante disegno 

Testo in “Porto dei santi”, Roma, Purple Press, 2009

 Penso sia una forma di esorcismo. Un atto di interdizione alla dispersione del tempo, il disegnare. Lo è per senz’altro il disegno realizzato guardando direttamente un oggetto, mentre disegnare qualcosa a mente può avere un diverso significato. D’altro canto, nell’esorcismo antropologicamente inteso si utilizza in molte culture il disegno.

I libri di viaggio spesso sono anche disegnati e per noi, curiosi viaggiatori di sguardi, i carnet de voyage degli artisti sono una straordinaria testimonianza della loro ossessiva battaglia contro l’inarrestabile corruzione della smemoratezza. Quel che rimane dell’esperienza dello sguardo posato in quell’attimo su quel luogo scomparirebbe senza l’azione della matita sulla carta. 

Ed è quello sguardo, quella mano che permangono sul foglio in quel momento irripetibile, risultato ben diverso dallo sguardo ricostruttore della macchina fotografica, meravigliosamente rappresentativo, ma non ermeneutico. 

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Dioniso in Iraq 

Catalogo "Daily Iraq"
LibriAparte, 2009

 Sir Patrick Leigh Fermor è uno dei più importanti scrittori di letteratura di viaggio. Ma è stato anche coordinatore per l’esercito britannico nel 1944 della resistenza antinazista a Creta. In quella veste egli ebbe un’idea piuttosto ardita, ma che andò a buon  fine. Organizzò infatti la cattura del generale del Reich Kreipe, utilizzando partigiani greci travestiti da tedeschi. Il prigioniero fu nascosto in una grotta e fu lì che un giorno l’inglese lo vide, mentre guardava con aria sognante le pendici del monte Ida coperte di neve, mormorando un verso di Orazio “Vides ut alta stet nive Candidum Soracte”. Il futuro baronetto britannico d’impulso proseguì la poesia latina a memoria. Il generale nazista rispose stupito: “Ach so, Herr Major”. E poi concluse: “Vedo che abbiamo bevuto alle stesse fonti”.

Fermor ha raccontato sessant’anni dopo questo episodio al giornalista e scrittore italiano Rumiz , riflettendo su come oggi si sia fatta strage dell’inestimabile patrimonio iracheno: “Pensi a quanto erano preparati i militari di una volta. 

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PERDERSI nel BIANCO - l'orlo dei colori - Francesco Caggio

Pubblicato sul catalogo di Selvatico, Cotignola (2006)

Il bambino muove lentamente le sue pupille, con circospezione, sospetto, timore e diffidenza; le tiene quasi ferme in una vibrazione tesa sull’orlo dei suoi piccoli occhi, 

lo ha detto anche l’oculista che sono piccoli. 

Chissà fino a dove possono vedere e fino a dove possono arrivare per cercare di vedere; certo è che ora deve stare molto attento perché sono piccoli i suoi occhi, forse può vedere solo una cosa per volta. 

Per questo lascia solo che le pupille si aggirino furtive e curiose, allertate e vigili sul confine della sua visione, non c’è altro…un quadrato sghembo che trattiene i suoi piccoli occhi contro, addosso e mai riposati sulla distesa ben riquadrata della garza. 


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Masticare l'horror vacui in linee

Testo in catalogo per la mostra "Luogo Comune", Bologna, Festival Provinciale dell'Unità, 2004

Chi conosce Costantini per le sue virtuosistiche decorazioni, per l’ossessione bidimensionale e l’horror vacui dello spazio bianco, penserà ad una omonimia, vedendo la nuova serie di disegni realizzata per Luogo Comune 04. In realtà tale cambiamento di rotta, parziale a dire il vero, non esclude la ricerca grafica e decorativa (decorazione dell’esistenza, come l’ha lui stesso definita): i due modus si accompagnano e incontrano lateralmente. Li accomuna un segno terso e preciso, tanto da far apparire la traccia a mano libera come un risultato di programma di elaborazione grafica digitale, cosa peraltro ipotizzabile per uno sperimentatore di media. Invece Costantini regredisce, come se facesse un passo indietro prima della corsa: usa carta povera, da fotocopiatrice e nella riesumazione della linea assoluta, semplice, complice dei vuoti, intona piccole storie estrapolate dal contesto storico e narrativo nelle quali hanno avuto luogo. Sono le schegge informative che colpiscono i nostri neuroni e che, come visivamente rappresentato dal video che accompagna i lavori, costituiscono niente più che uno scarabocchio labile che attraversa il ritmo quotidiano del caffè e la sigaretta.

C’è sicuramente in questa opzione un’eco distinta dei lavori di Pettibon, la cui mostra alla GAM di Bologna ha lasciato un segno importante in questa serie di lavori. L’estemporaneità del segno, a volte quasi espressivo, di Pettibon si traduce in Costantini in grafismo lineare con peculiarità quasi geometriche. Si coglie anche, nella tessitura del testo, la predilezione per un calligrafismo arabeggiante, che a volte rende ardua l’interpretazione semantica: è un altro punto di incontro con il decorativismo insito in questo artista. La parola, e non più il simbolo o il pattern, diviene decorazione e ornamento. I disegni esposti sono piccoli brani di biografie impazzite: gli espatriati cambogiani USA dopo l’11 settembre che fino a pochi giorni prima parlavano solo inglese e guidavano bande a Los Angeles mostrano tatuaggi e gridano slogan dell’assurdo, i manifesti della Nollywood nigeriana si tramutano in quadretti dai gusti secessionisti…in tutti la parola, sintomo evidente e noto della storia fumettistica dell’autore, è arabesco indistinto, continuum evanescente e inestricabile. Sono testi di letture usuali, segni che significano se stessi nella nostra percezione sopita dell’informazione: il gesto, differente nella forma, non risulta molto differente nelle intenzioni da quello della migliore poesia visiva, di esperienze come quelle di Stelio Maria Martini, anche se in coloro che vengono sintetizzati con questa denominazione c’è una maggiore propensione all’aspetto semiotico e alla oggettualità del valore della parola che qui è assente.

Non possiamo quindi parlare di un Costantini militante: piuttosto di un recettore colpito che ha ritradotto i segnali in nuove forme. La realtà c’è e si vede, oppure questa è una utopica semplificazione. Cosa c’è di reale e pragmatico nella stilizzazione in bianco e nero delle figure che vediamo rappresentate, nelle storie implose raccontate con sintesi bruciante in questi segni? Costantini è sicuramente cambiato, ha realizzato una diversa estetica nei suoi lavori, ma questa non ha escluso il percorso fino qui intrapreso. Questa raccolta minuziosa e attenta di oggetti biografici rinvenuti non è altro che l’horror vacui del tempo tracimatore di storie e biografie.

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FALLI MENTALI Viatico per muoversi nei segni di Costantini 

Testo in catalogo per la mostra “Decoration of existence”, Bologna, Sesto Senso; Cesena

Libreria nero su bianco, 2000

Citazioni -

"Non avete visto nessuna immagine - soltanto una voce" (Deut. 4,12)

Non sempre occorrono ringhiere, fili o lessici per attraversare con lo sguardo le opere degli artisti. Alcuni ci si spalancano davanti, generosi ed ammiccanti. Non mi pare che questo sia il caso di Gianluca Costantini, che anche quando si mette alla prova con il fumetto ci costringe sempre alla verifica del nostro baule di citazioni, al rovistare nelle macerie della nostra memoria per ritrovare qualche brandello per non perderci la maliziosa ironia che attraversa tutta la sua produzione. A volte in questo senso ci prende anche in giro: manierizza il testo figurativo con titoli lunghissimi e che sembrano alludere ad altro, quando non esiste nessun altro, ma solo il rifare il verso a chi troppo vuole dire. In questa serie di opere le citazioni sono sicuramente un elemento persistente: trasversali alle opere (comete, pesci seminali, falli ora enormi ora icone del pensiero che si rincorrono nelle superfici), oppure che le attraversano semanticamente. Sembrano tutte unite da questa ricerca sull'origine: sia essa mistica o vitale, appare raggruppare questa serie di opere che dalla genesi traggono nutrimento e che ne fanno una ghirlanda modulare di sequenze in sé autosufficienti, ma che acquistano maggiore senso se lette insieme.

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