Gli occhi di drago del fumetto

Pubblicato su, inguineMAH!gazine # – (2005) (Catalogo di Komikazen Festival del fumetto di realtà)

Bisognerebbe sempre partire dalle origini. La prima domanda allora sarebbe: Che cos’è la realtà? A cascata, si aprono tutte le finestre delle definizioni, ambigue, tassative, ripugnanti, pseudo - oggettive, mistiche che l’uomo nel tempo ha dato. A me piace pensare che la realtà sia un drago. E che cos’è un drago? Norman Douglas, un nomade libertino come l’ha definito Calasso, aveva risposto a questa domanda «Un animale che guarda o osserva». Egli era arrivato a questa conclusione analizzando la radice della parola greca drákōn che deriva da dérkomai, verbo che significa “guardare con vista acutissima”. Quindi la realtà sta nell’atto di guardare e chi guarda altri non è che un mostro ancestrale che, come negli antichi miti, risiede vicino ad una sorgente d’acqua.

Nel momento in cui diamo credito alla esistenza della realtà e alla sua possibile rappresentazione, ci affidiamo dunque allo sguardo di un essere pericoloso e che ha abitato molti dei nostri peggiori sogni. Di fatto la realtà alberga in molti dei nostri peggiori incubi, a volte li travalica e si insedia nelle nostre paure.


La realtà comunque ha a che vedere con il nostro guardare, possiamo anche scegliere la cecità, e in alcuni casi può anche essere uno strumento di vaticinio. L’importante è stabilire un piano comune di interpretazione delle parole: quando parliamo di realtà, non ci imbarchiamo in naufragi predestinati di definizioni filosofiche o assolutistiche, ci prendiamo la libertà di fissare uno sguardo sul mondo. Lo sguardo stabilisce una distanza che è contrassegno della memoria, della presenza fantomatica di ciò che riemerge. 

Pindaro, il più oscuro e per questo più evocativo tra i cantori greci, scrisse che la più folle razza tra gli uomini / è quella di chi spregia ciò che ha intorno e punta lo sguardo oltre / in caccia dell’inconsistente con vane speranze. È vero, l’arduo senso del limite, costitutivo per l’ideologia classica, ci è sfuggito dalle mani come un rifiuto non riciclabile. Lo sguardo non solo vaga sempre più su l’inconsistente, che potremmo oggi trasferire con agile traduzione al surplus aggiunto agli oggetti da un logo o da una pubblicità suasiva e che ammanta la nostra vita dell’unica poesia ancora in commercio. Immagini che ci adulano e ci spingono a vagare con gli occhi su corpi che non ci apparterranno mai e luoghi dello spirito che hanno scenografie del vano. 

È quindi piuttosto difficile, ma per questo motivo necessario, trovare appigli e soffermarsi su quanto invece ci sta intorno. Non è un caso che opere letterarie, che si sono trasformate in moderne mitologie su cui si costruisce la personalità degli odierni adolescenti, abbiano come sfondo sempre più un mondo parallelo e fantastico, in cui il controllo viene garantito dalla magia. Non che questi aspetti non siano sempre stati connaturati a quel mutevole paesaggio che è l’adolescenza e il periodo immediatamente precedente. Solo che l’aspetto “garantista” del magico, del soprannaturale non era così presente. L’inquietudine e la percezione della perdita erano elementi presenti in opere come l’Alice e simili. Ora gli aspetti che possono spiazzare oppure creare sensi di vacuità e permettere al naturale senso di rischio che aleggia nella vita di emergere sono estromessi dalla narrazione. 

Accanto a tutto ciò esistono altri mondi e altri racconti. Il fumetto di realtà, così come altre esperienze analoghe che traggono carburante dall’impulso urgente di raccontare quanto accade e di confrontarsi con il contemporaneo, è cresciuto quasi parallelo al fumetto tradizionalmente inteso. Esso ha avuto ovviamente negli Stati Uniti, patria di elezione di questo medium, tra gli autori più significativi. Ma al contempo ha avuto proseliti ed interpreti anche in parti del mondo tradizionalmente lontane dal centro dell’impero: pensiamo alla mappatura della produzione fumettistica realizzata da Stripburger nell’Est Europa. Molti degli autori via via presentati raccolgono le loro storie direttamente dal vissuto quotidiano. L’autobiografismo eccessivo, autoironico e sarcastico sono ingredienti fondamentali di questo tipo di produzione, peraltro sporadica perché non sostenuta da forme di produzione, diffusione e quindi finanziamento adeguati. Da questa realtà multiforme, spesso di difficile recupero materiale, emergono autori di levatura e carisma diversi. C’è sempre bisogno di un sottobosco per gli alberi. 


“Noi prendiamo una manciata di sabbia dal panorama infinito delle percezioni e la chiamiamo mondo"...(Robert Pirsig)...forse i fumetti ci aiutano ad aumentare quella manciata di sabbia che la nostra mano può contenere facendo dell'ossimoro "fumetto di realtà" il panorama infinito che la nostra mente non ha mai osato credere e che i sensi non possono provare”. Questo è un commento che è stato postato in un blogger in cui era stata segnalata la notizia del festival Komikazen da una sconosciuta Monica. Devo dire che mi ha piuttosto emozionato, più delle positive recensioni di stampa o amici del settore. Di per sé, non è che capisca bene in cosa consista la manciata di sabbia, ma mi è sembrato che contenesse una dose di percezione condivisibile, espressa in una semplice immagine. 

È comunque fumetto di realtà un ossimoro? Di per sé, non mi sembra. Il fumetto è un medium piuttosto recente, ma come il cinema è riuscito in tempi molto stretti ad esplorare molti generi, dall’avventura al giallo, all’erotismo e al fantascientifico. Perché l’idea del reale richiama l’idea di ossimoro, quindi di inapplicabilità di un termine ad uno strumento comunicativo, che di per sé risulta in quanto strumento semplice grimaldello nelle mani di chi lo usa? Credo che la ragione stia nella sua vocazione popolare e di massa. Nella tipologia editoriale che cura le uscite in edicola, nel formato, ecc., ma soprattutto nel fatto di essere popolare. Di fatto, anche il romanzo all’inizio ha vissuto questa dicotomia: l’essere appunto popolare, a puntate, diffuso e borghese ne fece uno strumento disprezzato rispetto alle auliche vette della poesia. Poi sappiamo tutti cosa successe: il romanzo si moltiplicò nei generi e divenne la forma letteraria per antonomasia della nostra epoca.

In questa ipotesi c’è sicuramente un fraintendimento: non tutti i fumetti sono prodotti su scala industriale, non tutti portano nel proprio DNA la vocazione di intrattenimento. Essendo il fumetto un medium, esso è convertibile a infinite varianti, in base a chi lo utilizza. 

Il non riconoscere il medium, ma identificarlo in un genere, ha escluso il fumetto dal sistema della cultura (anche se il mondo dell’arte l’ha già redento da tempo). Quindi, come può pretendere di parlare di realtà? 

Eppure anche il fumetto può avere occhi di drago. 

Nella nostra selezione di questo primo anno abbiamo voluto eliminare filtri territoriali o tematici per dare il più possibile l’idea dell’ampiezza di orizzonti, tecniche e appartenenze geografiche degli autori. In essa trovano spazio autori come Kamel Khelif, franco – algerino, che utilizzando tecniche tradizionalmente pittoriche riassume molte delle tematiche presenti nella letteratura naturalizzata d’oltralpe. Lo stesso catalogo della sua casa editrice francese è un esempio più che ampio di quale spazio si sia preso questa tipologia di fumetto. 

Non potevamo tralasciare un assaggio americano: è stato un caso fortuito che le invitate fossero donne, tuttavia esso lascia trasparire come questo filone si intersechi con una delle parole d’ordine del femminismo che più ha attecchito nella produzione culturale in senso ampio (dall’arte alla narrativa alla poesia) partire da sé. Le due autrici, Schulman e Gloekner, per quanto diverse stilisticamente ed a livello narrativo, tuttavia sono accomunate da questa forte soggettività dello sguardo. Nella prima più militante se vogliamo, teso ad indagare le azioni della storia, nella seconda volto a raccontare mediante un alterego mimetico un diario verosimile di quotidiana violenza.

Il nostro peregrinare interessato ai Paesi che una volta erano oltre cortina ci ha portato ad un autore che, per alcuni versi, è già un classico nel suo Paese, pluripremiato ed edito anche in Italia, ma senza particolare fortuna commerciale, ovvero Lavric.

Infine, proprio per dimostrare quanto questo genere sia presente da diversi anni senza essere stato codificato, abbiamo invitato Felipe Cava, uno sceneggiatore spagnolo che ha cominciato a produrre con il collettivo El Cubri già negli anni del franchismo. I lavori che più ci hanno colpito sono quelli realizzati con Raoul: il loro lavoro congiunto li ha portati a realizzare un libro reportage sulla Russia subito dopo la caduta del muro ed un libro sulla Berlino degli anni di Weimar. Il tema di questo secondo libro rappresenta una di quelle strane coincidenze, che piacerebbero a Paul Auster, che ci porta a credere che ci siano respiri e temi che improvvisamente, senza apparente ragione, interessano intellettuali in maniera indipendente in vari angoli del mondo: difatti sullo stesso tema è uscito un libro anch’esso di grandissimo pregio di un americano, Jason Lutes. Se penso alla fatica che feci durante la preparazione del mio esame di maturità a collezionare testi su questo argomento storico, mi viene da pensare che essi potrebbero costituire un utile strumento di studio e ampliamento delle conoscenze di molti studenti.

Ma come molti sanno, il fumetto di realtà è un ossimoro. 


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