Calvinismi: la taverna, il castello e il motel dei destini incrociati

inguineMAH!gazine #10 – anno4 (2006)

Alla fine della “Taverna”Macbeth dice:
Sono stanco che il sole resti in cielo,

non vedo l'ora che si sfasci la sintassi del Mondo,

che si mescolino le carte del gioco


Ad Urbino nel 1968 Italo Calvino assiste alla lezione di Paolo Fabbri dal titolo “Il racconto della cartomanzia e il linguaggio degli emblemi”. Lo scrittore inizia quindi ad elaborare il progetto di un libro che utilizzasse i Tarocchi come una macchina per produrre racconti: ogni carta ha una funzione narrativa potenziale, la loro sequenza può dar vita ad un racconto, l’incrocio di diversi racconti avrebbe dovuto produrre il libro. Calvino preferisce utilizzare i Tarocchi non del Rinascimento, ma quelli di Marsiglia (1761), un mazzo di più grezza e popolare fattura disegnato da un illustratore marsigliese chiamato Fautier. Il lavoro si rivela molto difficile. Lo scrittore parte dalla stesura del testo, ma non riesce a costruire con i racconti già preparati una struttura che lo convinca, non riuscirà cioè ad ottenere una disposizione convincente e si dovrà accontentare di uno schema lacunoso e precario. «...sentivo che il gioco aveva senso solo se impostato secondo certe ferree regole; ci voleva una necessità generale di costruzione che condizionasse l'incastro d'ogni storia nell'altra, se no tutto era gratuito». L’esito di questo primo tentativo è successivamente pubblicato nel 1973 e licenziato dall’autore come imperfetto: «Se mi decido a pubblicare “La taverna dei destini incrociati” è soprattutto per liberarmene. Ancora adesso, col libro in bozze, continuo a rimetterci le mani, a smontarlo, a riscriverlo. Solo quando il volume sarà stampato ne resterò fuori una volta per tutte, spero».

Tuttavia l’idea di una narrativa come processo combinatorio non fu mai abbandonata da Calvino e quando nel 1969 Franco Maria Ricci gli propone di raccontare con un testo i Tarocchi del mazzo visconteo realizzato tra il 1450 e il 1468, accetta, ma cambia metodologia di lavoro: prevede lo schema già quando incomincia a scrivere i primi testi. «Mi fu facile così costruire l'incrocio centrale dei racconti del mio "quadrato magico". Intorno, bastava lasciare che prendessero forma altre storie che s'incrociavano tra loro, e ottenni così una specie di cruciverba fatto di figure anziché di lettere, in cui per di più ogni sequenza si può leggere nei due sensi. Nel giro di una settimana il testo del Castello... era pronto per essere pubblicato». “Il castello dei destini incrociati” esce quindi nel volume d'arte “Tarocchi. Il mazzo visconteo di Bergamo e New York”. Il furore matematico di Calvino nella ricerca di chiusura delle forme, di geometrica stilizzazione, di binaria contrapposizione di giochi combinatori non viene mai ad esaurirsi e percorre tutta la sua produzione letteraria. La questione del gioco, l'adesione di Calvino all'Oulipo, i rapporti che la sua scrittura intrattiene con la figura e con il diagramma sono tutte parti di una più generale considerazione sulla dimensione progettuale dell'opera. Sappiamo che di tanto in tanto riprenderà in mano lo schema de “La Taverna”per aggiustarlo senza mai arrivare a risolvere il puzzle. « Non so da quanto tempo sto rinchiuso con gli occhi fissi sul tavolo ricoperto di rettangoli multicolori. Ormai non mi preoccupano più le giornate che passano, ciò che succede fuori, la parte che potrei avere io – chissà perché io - nelle cose che succedono; so che tutte le vie mi sono escluse tranne questa di contemplare le combinazioni di queste figure. Contemplare: cioè comprendere contenere ammettere tra le cose possibili o pensabili.[...] Nessuno è riuscito finora a capire quello che faccio. Dicono: "Allora hai scoperto il segreto per tirare le carte? Mi sai dire l'avvenire?”. [...] Se spiego che non pratico la cartomanzia né per me né per gli altri, non mi credono; a tutti, appena i loro occhi si posano su questa successione d'allegorie ambigue, di rebus allusivi, viene spontaneo il desiderio di stabilire un rapporto fra sé e il caso, tra sé e la perdita continua di sé nel tempo e nelle cose. A me questo desiderio non tocca, non è la frana degli sbriciolati detriti delle esistenze che io contemplo nell'ordine delle carte ma qualcosa di ben più importante: i modelli senza i quali il vissuto e il vivibile non potrebbero essere pensati».

Calvino confessa, nella nota conclusiva a “Il Castello”,un certo fastidio per la prolungata frequentazione del repertorio iconografico medieval-rinascimentale. Vorrebbe applicare lo stesso metodo ad un materiale visuale moderno. Pensa ai fumetti e immagina quindi un terzo testo, “Il Motel dei destini incrociati” che avrebbe dovuto seguire i precedenti. Ma lo scrittore si ferma solo alla formulazione dell’idea e lascia ad altri la scoperta della regola combinatoria, della contrainte narrativa, la ricostruzione del diagramma, il quadrato magico, il castello di carte.


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