La Turchia ride: intervista ai fondatori della rivista LeMan

dal catalogo del 2° Festival internazionale del fumetto di realtà Komikazen, (2006/2007)

Dove sta l’underground? Esiste e resiste davvero? È mai esistito? A volte penso che sia un fantasma che si aggira peregrino tra le bocche di coloro che masticano trendismi. Poi capita che incontri fisicamente, fiato a fiato, chi questo benedetto sotterraneo l’ha costruito, ci abita ancora e paga anche l’affitto. Forse sopra succedono altre cose, un po’ come nel film di Kusturica, la cosiddetta realtà ha preso altre sembianze, ma sotto ancora i fotogrammi non si sono bloccati. È la sensazione che si è percepita all’incontro organizzato nel calderone dell’HIU a Milano di quest’anno. Presenti Ron Turner, proprio lui, il fondatore di Last Gasp, con barba e manierismo da americano vissuto in altra epoca, e il gruppo di World War III, i naturali epigoni di un mondo di creazione di immagini che ancora proprio nei controversi Stati Uniti presenta interessanti esperimenti.

Certo, penso, tutti maschi: fino a che il fumetto non si accorgerà che l’unica rivoluzione minimamente riuscita nel secolo trascorso è stata quella di genere…ma non voglio polemizzare su questa dolente assenza. Le donne non ci sono in questo mondo, o ci sono solo sporadicamente, nelle riserve per indiani delle mostre o pubblicazioni al femminile. Oppure in casi di genialità indiscutibile. La mediocrità non è permessa.

Dunque, questa è la fauna a disposizione, l’incontro è caldo, forse sovraccarico di reducismo, ma comunque vivo nel “sotterraneo” del Leonkavallo che forse esala gli ultimi respiri.

Introduce il moderatore: “Che cos’è l’underground? Nelle sue migliori esperienze, come quella di Last Gasp, è orizzontalità, non ufficialità, ma mai marginalità” Sarà vero, mi chiedo. Stiamo a sentire. Ron Turner comincia a raccontare pezzetti elaborati del suo passato, è chiaramente il blando reducista di cui sopra. Ha la barba da uomo degli anni sessanta, ha il volto degli Stati Uniti che non ricordiamo più, è una specie forse in via di estinzione e forse anche per questo riesce naturalmente simpatico: “La mia vita, negli anni in cui ho cominciato, era caratterizzata da lavoro (ero di famiglia povera e dovevo fare 2-3 lavoretti per mantenermi), sciopero, polizia, tornare a casa sballati, ancora polizia, ancora lavoro, ancora sciopero, e via di seguito. Un giorno qualcuno mi passò un giornaletto chiamato Zap Comix. Erano dieci anni che non leggevo fumetti. Entrai nel trip: trovai il modo di comprarli.

In mezzo a tutti, i fumettisti erano il gruppo che trovai più creativo, avevano solo un unico difetto. Erano artisti, ed erano fuori come me. Comincia a pensare che era il caso di pubblicare qualcosa, ovviamente anche per aiutare il movimento. C’era un gruppo di ambientalisti e ci legammo a loro. Quella prima pubblicazione fu tirata in 20.000 copie. Il problema era distribuirli. Lo stesso gruppo per il quale il materiale era stato prodotto me ne chiedeva 10 copie!!! In più la gente di NYC ci criticava: dicevano, non hai usato tutto lo spazio bianco a tua disposizione per dare un messaggio. Decisi che di fronte al militantismo, era meglio il fumetto. Mi sembrava più libero”. A questo punto il racconto procede sulla ormai famosa vicenda della sua versione di Topolino e Minnie in cui c’era anche il sesso. Fu una questione editoriale complessa: ci fu anche un procedimento giudiziario, che ovviamente fu perso da Turner e i suoi. Ma cosa succede oggi sull’altra sponda, viene da chiedersi spontaneamente.“ Allora i fumetti underground si compravano sottobanco, c’era anche qualcosa di emozionante in questo. Ora il mercato è cambiato. Noi abbiamo ancora 2000 titoli in catalogo, ma è molto dura la distribuzione. Le librerie tendono a non accettare gli spillati e quindi il prodotto cambia per forza, diventa libro rilegato, si indirizza anche ad un altro pubblico. Questo ha causato la moria di moltissimi distributori: negli anni ’80 c’erano trenta distributori, di questi, ventotto sono scomparsi e solo 2/3 sono nati, e sono molto piccoli. Che cos’è oggi l’underground? È difficile rispondere a questa domanda, forse con le parole che disse una volta Crumb per rispondere a questa domanda, è tutto quello che non esce con cadenza mensile”. Gli epigoni presenti, ovvero World War III Illustrator, sembrano diversi, sono sicuramente più schierati e dichiaratamente militanti. Dice infatti lo stesso Seth, uno dei fondatori del gruppo: “Ci sentiamo artisti che producono per i movimenti, non solo fumetti, ma poster, pagine per il Web, abbiamo lavorato per Ars And Action per protesta contro la guerra. Una delle cose che mi rende più felice del lavoro che facciamo è che, ad esempio, quando c’è stata la protesta di Seattle, io non potei essere presente. Ma gli amici che c’erano mi raccontarono di avere visto molti ragazzi tatuati con miei disegni. Loro probabilmente non sapevano neanche chi li aveva realizzati, ma per me è stato un modo per dire di essere stato comunque lì”. World War III viene peraltro distribuita in modo diverso dalle produzioni di San Francisco: il gruppo si appoggia ai gruppi attivisti delle varie città, ai negozi di dischi legati alle etichette indipendenti, ai singoli che si rendono disponibili.

Mi sento piuttosto avvolta dall’aura di questo sotterraneo. Mi aspetto che di minuto in minuto una sposa vestita di bianco cominci a roteare, pendendo dal soffitto con sottofondo di musica balcanica.

 

Forse è vero che l’underground è orizzontale, non ufficiale, mai marginale, anzi spesso linfa vitale per il business dell’immagine, ma il sentore di cantina in cui l’onirico prevale sul razionale c’è sempre. Sapete, quell’odore acido e accattivante di muffa…


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