Guadalajara serà al tumba del Fascismo

Testo critico e coordinamento disegnatori italiani per il volume Guadalajara serà la tumba del Fascismo, Edicion de Ponent,

realizzato dal Comune di Guadalajara, Barcellona (2007)

O eri uno studente,

un futuro giurista,

e i tuoi libri

sotto i cingoli d’un carro armato italiano

son rimasti

nella città universitaria?


NAZIM HIKMET, versi da

Alle porte di Madrid, 1937


Ci sono momenti storici nei quali i giochi non sono ancora fatti. In altre stagioni invece prevale la disillusione, un senso di scoramento generale che pare attutire ogni speranza di cambiamento e addormenta le menti. Nel 1937 siamo ancora di fronte ad un mondo in cui un’alternativa è possibile, anche se gli stivali del fascismo rimbombano su molte strade d’Europa. La Spagna è il luogo nel quale questo gioco delle probabilità si gioca.

Tale è la centralità di questo spazio geografico nelle aspettative di chi crede in un mondo diverso, che i migliori intelletti del momento, persino nella post – ottomana Turchia, guardano con attesa e ansia allo svolgersi degli avvenimenti in quella terra lontana. Il poemetto Alle porte di Madrid, scritto dal poeta con il cuore fragile Nazim Hikmet, viene divulgato nel 1937 clandestinamente tra le forze armate e tra la gente: il tribunale dell’esercito lo condanna a dodici anni di carcere, quello della Marina a venti. L’accusa è di istigazione alla rivolta: la Spagna fa paura, è un luogo in cui si gioca con le carte coperte, anche nella lontana Anatolia.

Questo esempio ci fa capire come la Guerra Civile Spagnola fu un evento soprattutto internazionale. In un certo senso fu il preludio alla globalizzazione: in particolare fu il momento in cui nacque la comunicazione visiva degli eventi di massa1. Le fotografie e i reportage di questo evento hanno costruito un immaginario collettivo che prepara il pubblico alle “guerre televisive” contemporanee. In questo conflitto non solo si scattano foto, ma le immagini diventano oggetti d’arte: l’inquadratura cambia, congiuntamente allo stile. Non si tratta più solo di illustrare, ma di interpretare. Lo sguardo si assume la propria responsabilità e al contempo si costruisce un’estetica che, per quanto essa possa apparire costruita sul dolore e la morte, rimane comunque uno studio del bello. Le immagini realizzate per i reportage di Life, ad esempio, sono sempre lì a ripetere l’esperienza del dolore: sono diventate icone, simulacri di senso e presenze attive e ci fanno prendere posizione anche oggi.

Quando la guerra diventa visiva, l’evento è vissuto due volte: la prima sul campo di battaglia, la seconda nel momento in cui si guarda l’immagine. Così la Guerra di Spagna è la prima costruzione di questo sistema visivo: esso non esclude il dolore e la partecipazione. Si può piangere anche sulle immagini, non esiste solo il dolore diretto. Ha senso, quindi, e pertinenza continuare a confrontarsi con questo archivio di immagini, ha senso il lavoro che è stato richiesto ai disegnatori di questo libro. Rivedere, malgrado lo scorrere del tempo, con i propri occhi quanto accadde in quei giorni.

Certo non è facile nell’ambiguità creata a posteriori dalla successiva Seconda Guerra Mondiale, per i disegnatori, soprattutto quelli giovani, districarsi anche solo nella terminologia di questa guerra: il nostro uso comune delle parole e degli schieramenti salta subito. I lealisti (repubblicani, socialisti, combattenti per la libera Spagna) sono vestiti come capita, i ribelli (nazionalisti, falangisti, fascisti…) sono equipaggiati e vestiti di tutto punto.

C’è un gioco di specchi che diventa allucinazione, soprattutto per gli Italiani, ed in particolare in occasione della Battaglia di Guadalajara. Su quel terribile fronte, in cui alle difficoltà oggettive date dal territorio si sommava un clima poco marzolino (la temperatura raggiunse svariati gradi sotto zero ed uno dei problemi maggiori fu l’assideramento), si ebbe una prova generale della guerra “civile” italiana: da un lato il Battaglione Garibaldi, dall’altro i legionari del cosiddetto Corpo Truppe Volontarie inviato dal Duce2. La partecipazione della Garibaldi aveva generato discussione all’interno del Comitato Nazionale di Difesa del fronte repubblicano: sulle due linee si sarebbero confrontati direttamente italiani contro italiani, ma Longo era ispettore generale delle Brigate Internazionali e durante il comitato tranquillizzò gli animi3:

- … Occorre impedire ai fascisti di riportare una vittoria che sarebbe la vittoria finale di Mussolini sulla Spagna. Non è un piacere per noi, credetemi, combattere contro i nostri fratelli…Accompagneremo la nostra lotta con un’azione di propaganda fraterna, umana, verso i legionari italiani….Vorrei ricordarvi le parole del nostro amico Carlo Rosselli, per giustificare la nostra presenza: “Oggi in Spagna, domani in Italia o nel mondo”…-

Le parole del futuro segretario del PCI convinsero gli altri a dare la possibilità alla Garibaldi di combattere.

Lo scontro tra le parti creerà comunque qualche episodio che ha quasi i tratti della comicità, ci sono confusioni e fraintendimenti…Chi sta dall’altra parte e parla italiano da che parte sta? Così nel bosco, vicino al castello di Ibarra4, una pattuglia fascista si sente dare il “chi va là” nella propria lingua. Il panico e la confusione regnano per alcuni attimi, tanto che il tenente con la camicia nera grida: - Che cosa fate, siete matti? Ci si spara tra italiani, ora?

È chiaro che non capisce che cosa ci facciamo degli italiani volontari dall’altra parte. D’altro canto, l’interrogatorio di un maggiore fatto prigioniero, Antonio Luciano, è da questo punto di vista esemplificativo.

- È venuto volontario in Spagna?

- Ho ubbidito ad un ordine.

- Avrebbe potuto rifiutare?

- Un ufficiale non può rifiutarsi di ubbidire a degli ordini … Io debbo obbedienza cieca al mio governo.

- Quali crede che siano gli ideali che muovono una parte e l’altra di questa guerra civile, che il loro intervento trasforma in guerra internazionale?

- Non lo so, io sono militare, non faccio della politica, ubbidisco.

- Scusi, ma questo vuol dire che lei non sa perché si batte…Quale ideale voleva fare trionfare?

- Nessuno. Suppongo che gli ideali ce li abbia il mio governo. Ma la cosa non mi interessa.


Un episodio di fraintendimento è narrato anche nelle memorie di un legionario fascista5: la cosa interessante è che in questo caso (notare che il libro è pubblicato nel 1940, quando ancora il fascismo italiano è lontano dalla rovina) predomina il sarcasmo verso gli uomini che, pensando di incrociare la brigata Garibaldi, si ritrovano invece prigionieri di italiani del fronte ribelle. Ma c’è un altro aspetto, linguistico, ancora più evidente in questa narrazione. Il nemico non è mai chiamato per quello che è, Battaglione Garibaldi o repubblicani o altro, perché questi appellativi avrebbero richiamato valori comunque positivi nel lettore italiano, legato ai concetti del Risorgimento. Sono semplicemente “i rossi”. Persino gli oggetti sono “i rossi”: ricorre più volte la mitragliatrice rossa, i cannoni rossi, e così via. Sembra quasi un’altra storia quella raccontata in questi ricordi: la ritirata “è strategica”, non ci sono perdite, se non minime, numerosi i segni di coraggio da parte del fronte fascista, addirittura i feriti non abbandonano il posto di combattimento6, “i rossi” sono superiori di numero…Sembra un altro fronte, un’altra guerra. La comparazione delle memorie individuali è un utile strumento per comprendere come la scrittura della Storia sia sfuocata e resa opaca in continuazione dai soggetti che la raccontano. Così il documento visivo, la rappresentazione che diventa infine spettacolo, diviene uno strumento sentito come verità e presenza. Rimaniamo ancora sbigottiti dalla pregnanza visiva delle foto di Capa e di Gerda Taro, la realtà diventa fotografabile e la tragedia una sceneggiatura che aspetta qualcuno che sappia raccontarla.

Eppure se nella memoria individuale dobbiamo sempre attenderci un rischio di plagio, di assoluta assenza del punto di vista dell’altro, anche se nella fotografia e nel documento visivo in genere l’inquadratura rende estetico ciò che invece aspira ad essere puramente etico, una mediazione e una scelta va fatta. In questo senso il disegno, la rappresentazione autoriale, per il fatto di dichiararsi direttamente responsabile di una raffigurazione soggettiva, risulta più affidabile e onesta. Nell’era della riproducibilità tecnica dell’opera, la presenza della mano dell’autore è ancora un luogo in cui fare soggiornare le nostre coscienze e che ci può dare ulteriori spunti nello scandaglio di momenti complessi e difficilmente interpretabili come quella della Battaglia di Guadalajara se si utilizzano solo categorie semplici e univoche,. Fu una vittoria, ma fu anche il preludio della terribile sconfitta successiva. In essa c’era la premonizione della Resistenza, ma quale prezzo dovette pagare la Spagna. Ci fu la codardia e la fuga degli italiani, ma ci fu anche il coraggio e il rischio di altri italiani.

La guerra spagnola fu così non solo la prima esperienza di guerra visiva, ma anche il terreno di prova di tutte le guerre successive, che furono e sono ancora sempre “civili”.

1 Molto pertinente in questo senso l’articolo di Furio Colombo, Per la mostra fotografica sulla guerra di Spagna, Marsilio Editori, Venezia 1976, pp. 11 – 23, scritto in occasione di un’importante mostra realizzata dalla Biennale di Venezia.

2 Olao Conforti nel suo Guadalajara: La prima sconfitta del fascismo, Mursia, Milano 1967, dice addirittura che fu l’anticipo tragico anche della Grecia, della Russia, dell’Africa e soprattutto dell’8 settembre.

3 O. Conforti, Op. cit., p. 118.

4 Testimonianza tratta da Randolfo Pacciardi, Il battaglione Garibaldi, La Lanterna, Roma 1945.

5 Silvio Astolfi, Da Malaga a Guadalajara: Appunti di un legionario, Edizioni SIA; Bologna 1940, p. 116.

6 S. Astolfi, Op. cit, pp. 132-134.


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