Se l’immagine è in sequenza disegnata. Raccontare la storia a fumetti.

Raccontare la storia a fumetti, in Storia e problemi contemporanei, n. 44 a XX, gennaio – aprile 2007 pagg. 169 – 178

Raccontare una storia significa scegliere un inizio, proseguire con una o più sequenze, narrative o riflessive, concludere. Raccontare la Storia è più o meno lo stesso: bisogna suddividere in sequenze. Fare una scelta sulla partenza, scegliere una griglia interpretativa, proseguire con quella lente, concludere. È lo stesso procedimento del fumetto: mettere in sequenze, che però si avvalgono anche delle immagini. O meglio: si può fare a meno delle parole, ma non delle immagini altrimenti non si ha fumetto. È per questo motivo che Will Eisner ha denominato questo medium, arte sequenziale. Nella costruzione delle sequenze fumettistiche l’aspetto cronologico, appunto di ordinamento, è fondamentale: non che in altre modalità narrative esso sia meno significativo. È solo che la costruzione immagini / parole (oppure solo immagini), senza l’ausilio di audio, è sicuramente una modalità intermedia, tra cinema e letteratura scritta, che pone alcune problematiche peculiari. Quello che si omette, il vuoto lasciato tra due vignette è ciò che spetta al lettore: riempire il lasso che lo sceneggiatore ha deciso di tralasciare è quel compito, per alcuni arduo, che permettere di seguire l’intreccio o l’argomentazione. Dal punto di vista della comprensione, tale procedimento è paradossalmente più semplice per un bambino che un adulto. Per i bambini la lettura e l’interpretazione dell’immagine risultano più immediate della attribuzione di significato al linguaggio scritto. 

Questo è il motivo per cui molti bambini sono in grado di “leggere” e comprendere un fumetto anche senza la lettoscrittura. Purtroppo è una capacità che con l’andare del tempo si tende a perdere. La mia personale opinione è che essa vada scemando a causa del prevalere e prevaricare del linguaggio verbale su quello visivo nell’educazione scolastica. Di fatto, l’educazione all’immagine, la decodifica delle figure, risulta una delle competenze meno apprezzate e sostenute nei nostri percorsi scolastici. Tutti noi a scuola abbiamo imparato a studiare leggendo i manuali, raramente osservando le immagini. Ricordo personalmente di avere studiato Storia dell’Arte al liceo su un manuale con le fotografie in bianco e nero. Come se il colore fosse un elemento accessorio e non fondamentale nella comprensione del testo visivo. Parlo degli anni ’80, anni in cui la tecnica riproduttiva del colore non era certo fantascienza! 

D’altro canto, come sostiene Yves Bonnefoy, Siamo esseri parlanti, il che condiziona gli occhi, li sottomette, per quanto siano organi del corpo, agli imperativi del linguaggio. Egli ravvisa nella marcata tendenza alla concettualizzazione, all’astrazione, una sorta di malattia, alla quale pone rimedio parziale l’arte, intesa come guarigione dal concetto e riappropriazione della presenza dell’essere. Non so se tale interpretazione, un po’ manichea se vogliamo, sia pienamente applicabile anche alla nona arte: di fatto è esperienza comune la tendenza ad allontanarsi dalla capacità di lettura dell’immagine e soprattutto della sequenza. Problematica che ovviamente influisce negativamente sulla comprensione della Storia. 


Nella lettura della Storia ci sono molte abilità che vengono messe in campo. Innanzitutto bisogna sapere interpretare le immagini: le fonti visive sono peraltro assai prevalenti su quelle scritte, per la maggior parte dei secoli dell’umanità. Diciamolo: le immagini vengono prima, e questo i bambini, i ragazzini, gli adolescenti lo sanno. A volte gli adulti lo dimenticano, si incatenano al verbale. La vera problematica è che l’immagine è mistificatoria di per sé, ancor più se è stilizzata dal disegno. Il disegno interpreta senza dichiararlo. 

Prendiamo ad esempio Joe Sacco: ha una formazione da giornalista, disegna fumetti inizialmente solo da appassionato e per raccontare la spericolata tournée rock di un gruppo di amici. Quando va in Palestina lavora da giornalista: il suo obiettivo è raccontare una storia di post conflitto, una storia complessa, partendo dagli incontri che fa, cercando di dare un’immagine il più possibile neutra e pulita di quanto narra. Scatta molte foto. Quando torna negli USA, comincia a disegnare. Il disegno arriva per forza dopo: sia per motivi tecnici (è molto dispendioso a livello di tempo) che per motivi di costruzione: non è una foto istantanea, deve essere scelta l’inquadratura, la sequenza…la pagina del racconto del “incappucciato” è esemplare da questo punto di vista. Essa si basa su una ricerca dettagliata realizzata sul campo, quindi come immagine è piuttosto fedele, malgrado sia un disegno. Quello che la rende un’interpretazione non dichiarata è la sequenza. Sacco opera una distorsione non esplicitata, che l’occhio coglie immediatamente, ma che non è detto trasmetta al “reparto parole e concettualizzazione”. Ovvero, per rendere l’ambiente claustrofobico, la sensazione di chiusura e mancanza di speranza che il signor Ghassan, “l’incappucciato” sperimenta, essendo sospettato di appartenere ad una organizzazione terroristica. A pag. 103 Ghassan comincia a raccontare la propria storia: la pagina è impostata su 3 vignette. Egli è stato appena arrestato e torturato dalla polizia israeliana perché sospetto: rimane per alcuni giorni incappucciato in un luogo non meglio identificato. Tale esperienza viene resa non tanto dalle parole del testimone, ma dalla struttura della pagina, che impercettibilmente passa da 3 vignette alle 12 di pag. 108 alle 20 di pag. 109. Il senso di smarrimento e di claustrofobia che un presunto indiziato può vivere in condizioni di detenzione viene reso quindi da una modalità grafica più che da una scelta verbale. Essa è una scelta narrativa dell’autore, che però è resa dal disegno e dalla struttura della sequenza, non dalle parole. Questo tipo di costruzione è tipica del segno di Joe Sacco, l’inventore in un certo senso, del reportage a fumetti. È una sua caratteristica distintiva che lui ha comunque mutuato dal linguaggio sequenziale. Ed è una caratteristica peculiare di questo linguaggio, che va decodificata per potere essere compresa a livello consapevole. Come per tutti i medium che fanno uso del visivo (cinema, fotografia, arti visive, ecc.) l’immagine ha un suo sottotesto che interpreta e/o aiuta a fornire interpretazioni. 

È interessante notare come in molti test di ingresso di Storia, soprattutto per il passaggio Scuola Primaria /Scuola Secondaria Inferiore, sia presente la ricostruzione della sequenza fumetto come prerequisito da verifica: questo aspetto ci fa ben comprendere come tale capacità di intendere una sequenza narrativo / visiva sia importante, ma d’altro canto è considerata implicita, visto che a parte rari esempi, tale medium non fa parte dei curricoli sperimentati dalla scuola oppure lo è in forma molto limitata. Anche nelle proposte di lettura essi sono di norma assenti, come se fosse sufficiente limitarsi ad andare in edicola e comprare Topolino, ovvero come se per comprendere la pittura fosse sufficiente conoscere le produzioni naif. È proprio quindi sulla necessità congiunta di proporre percorsi mirati agli studenti in tutti gli ordini scolastici e di mettere a disposizione gli strumenti per la lettura e la comprensione del medium che mi vorrei soffermare. 

La Scuola Primaria

Come accennato in precedenza, nella Scuola primaria il fumetto diviene spesso un utile strumento di avviamento alla letto scrittura. Spesso le competenze interpretative dei bambini sono assolutamente sbalorditive e precedono la capacità vera e propria di lettura. Si tratta quindi di una fascia di età molto sensibile al medium e che può trarre grande vantaggio dall’utilizzo di letture a strisce per l’apprendimento della Storia (e non solo). 

Senza sottovalutare l’utilizzo parodico di pubblicazioni Disney quali Paperodissea, Il papero da Vinciecc., pubblicazioni dalle quali il bambino può ricavare, oltre a molte curiosità, un folto riferimento di saperi storico – antropologici per via indiretta, per la Storia Antica in generale le possibilità sono diverse. Oltre alla nota serie di Asterix, che anch’essa pur con limiti storiografici evidenti contribuisce a creare oltre ad un orizzonte culturale, un utile sussidio di apprendimento, ci sono pubblicazioni più serie, senza per questo diventare seriose, che possono essere proposte a questa fascia di età e che possono essere utilizzate per l’acquisizione di una sensibilità storica e per ampliare competenze più complesse, quali la definizione della propria identità attraverso l’autobiografia, o l’approccio multiculturale alle storie di vita. 

L’esempio al quale mi riferisco è ovviamente il romanzo a fumetto di Marjane Satrapi, Persepolis, che vede al centro della prima parte una bambina (la stessa autrice) alle prese con gli spaesanti cambiamenti che investono l’Iran con l’avvento del khomeinismo. 

Un tema così complesso e scottante è reso con raffinata semplicità e delicatezza. Tale risultato è ottenuto utilizzando un disegno assai stilizzato e completamente in bianco e nero, che denuncia nel suo primitivismo il tentativo di avvicinarsi all’infanzia non solo nel tema, ma anche nella forma. 

I temi trattati dal testo toccano vari livelli di lettura e diverse tematiche interessanti nell’utilizzo scolastico, tanto che in molte classi d’Oltralpe è stato adottato come libro di lettura di classe. Il suo essere un romanzo di formazione ovviamente fa la sua parte, ma in esso sono presenti elementi di storia contemporanea importanti per comprendere molti aspetti sociali e culturali del nostro tempo, come l’Islam radicale, l’incontro tra culture diverse (c’è tutta una parte dedicata proprio al culture clash tra Marjane e l’Europa) ecc. Il libro è stato disegnato e scritto proprio con un fine prettamente didattico: nelle intenzioni dell’autrice (dichiarate in numerosissime interviste) non c’è mai stata l’intenzione di mettere se stessa al centro, ma esplicitamente utilizzando la propria vita permettere la comprensione dell’altro mettendosi dal suo punto di vista. 

Lo stile di Satrapi prende spunto (direi molto più che spunto…è stato “diretto”) dal disegnatore francese, tra i fondatori della casa editrice L’association, David B.: di questo autore un’opera simile, che però si discosta dalle tematiche più squisitamente storiche per passare alla storia familiare e personale tout court, è Il grande male. Un’opera che definirei magistrale nel recuperare il punto di vista “bambino” della relazione con il proprio fratello e in particolare di una malattia come l’epilessia. Anche qui gli aspetti di romanzo di formazione, idealizzazione e stilizzazione di tematiche angoscianti in forme che possano essere dette e rappresentate, rendono questo libro prezioso e particolarmente consigliato per chi si trova a gestire classi o bambini con particolari problemi. 

In generale, per questa fascia d’età, proporrei maggiormente la decodifica del linguaggio e l’acquisizione dei suoi strumenti attraverso la rilettura della propria storia di vita mediante il fumetto: in questo senso le esperienze di David B. e Satrapi possono essere particolarmente utili, senza per questo ovviamente esaurire in esse le possibilità di lettura e approfondimento…


Scuola Secondaria Inferiore


Per molti giovani lettori questa è la fascia d’età nella quale si consuma il distacco con la lettura. Il iato di interessi e sensibilità tra i preadolescenti e le proposte didattiche è spesso uno (ovviamente non il solo!) dei fattori che contribuiscono a tale erosione. Per quanto riguarda la letteratura disegnata una breve ricognizione nelle biblioteche scolastiche italiane delle Scuole Medie può fare velocemente capire come esso sia non un medium relegato ad un angolo, ma semplicemente un medium inesistente. 

In realtà esso gode di grande favore tra i ragazzini di questa fascia d’età “intermedia”: per i ragazzi maschi le letture maggiormente frequentate sono i supereroi, i manga giapponesi, alcuni fumetti fantasy, mentre le ragazzine sono più attratte da pubblicazioni periodiche quali Witch o Winx. In generale quindi è il fantastico a prevalere. Questo aspetto non deve scoraggiare: di fatto è il medium ad avere una grande attrazione, a prescindere dalle modalità di narrazione e dall’argomento trattato. E quindi esso può essere un utile ausilio sia per riavvicinare alla lettura, che alla narrazione della storia. 

Seppure non prettamente di Storia, ma di Epica, un testo che non dovrebbe assolutamente mancare è il faraonico L’età del bronzo. Ricco di una sterminata ricerca bibliografica, è sicuramente una lettura che permette in modo immediato e diretto l’apprendimento della complessità delle genealogie omeriche e di comprendere il concetto di tradizione omerica e della sua interpretazione storica. Corredato di cartine geografiche, riferimenti bibliografici e realizzato con uno stile grafico piuttosto tradizionale, esso risulta sicuramente più utile di qualsiasi sussidio saggistico, soprattutto in questa età ancora fortemente restia alle concettualizzazioni: la rappresentazione visiva nitida e accurata dell’età del bronzo, dei suoi prodotti materiali, delle sue saghe, produce una ricostruzione che difficilmente si potrebbe ottenere utilizzando solamente un testo scritto. 

Il materiale più interessante e significativo lo troviamo però via via che ci avviciniamo alla contemporaneità: ovviamente questo aspetto è stato fortemente segnato dagli artefici del mutamento del medium del fumetto da arte popolare e per certi versi popolana, a linguaggio strutturato e adeguato a qualsiasi contesto, ovvero gli americani Will Eisner e in seguito Art Spiegelman. Entrambi hanno attinto al proprio vissuto familiare e personale: Eisner ha ricostruito un mondo in disfacimento e che è andato scomparendo, ovvero quello dei bassifondi degli emigranti di origine ebraica, ma non solo, nella prima parte del novecento. Innovatore del mezzo (tra le altre cose ha inventato le Splash pages, ovvero la pagina unica che invece di fungere da cover fa entrare il lettore subito nella storia), ma anche interprete del linguaggio, Eisner ha senza dubbio avuto il merito di renderlo adulto. 

Spiegelman ha costruito un romanzo a cornice in cui ha permesso alle memorie del padre, sempre attraverso la stilizzazione grafica di una rappresentazione che utilizza gli animali come esopica simbologia di senso, di rendersi visive e potere raccontare quello che viene definito “l’indicibile”, ovvero la Shoah. Essi si pongono come punti nodali non solo per le tematiche affrontate, ma per le modalità narrative e di rappresentazione che hanno sperimentato e che hanno contribuito a stabilire un codice. 

L’ultimo in ordine di tempo a confrontarsi con la memoria ebraica è stato Joe Kubert: nel suo libro, scritto e disegnato in età avanzata, egli ha utilizzato materiale storicamente documentato per creare una storia falsamente autobiografica, o meglio essa sarebbe potuta essere la sua storia, se i suoi genitori non fossero emigrati negli USA. Il trick narrativo è quindi particolarmente interessante perché come offre una chiave di lettura che pone il soggetto al centro della narrazione e pone il dubbio “che cosa sarebbe successo se…” che apre sicuramente la strada al confronto e alla percezione da parte dei ragazzini della possibilità che la Storia con la s maiuscola si intersechi con le loro vite. La scelta stilistica non rende però il libro di facile lettura: egli ha deliberatamente optato per la matita e l’abbozzo, con risultati molto interessanti dal punto di vista artistico, ma sicuramente ostici per un occhio non avvezzo. Inoltre il testo è completamente inserito in didascalie e non ci sono balloon, soluzione che toglie immediatezza e riporta l’opera ad una definizione di “libro illustrato” che sicuramente ne limita l’uso didattico. 

Sulla rappresentazione della Shoah a fumetti molto è stato scritto, ed è quindi un ambito su cui si può lavorare utilizzando anche strumenti critici di supporto. A livello bibliografico non va dimenticato anche un albo italiano, ovvero Auschwitz di Pascal Croci.

Ci sono molti autori che hanno ovviamente contribuito alla ridefinizione del linguaggio e che andrebbero ovviamente citati, ma è indubbio che la prevalenza culturale statunitense, soprattutto nell’ambito di questo tipo di medium, ha reso queste esperienze dei punti di riferimento comuni a tutto il mondo del fumetto. 

I primi due autori citati hanno, come predetto, aperto la strada a nuove forme narrative e hanno sdoganato la Storia nel fumetto occidentale: ma non bisogna dimenticare la tradizione visiva giapponese. 

Difatti anche nella tradizione più prettamente manga del fumetto nipponico la Storia ha un ruolo di tutto rispetto. Anche in questo caso, ci troviamo di fronte ad un immaginario complesso e, se vogliamo, veramente altro dal nostro, che necessita obbligatoriamente di una griglia interpretativa che aiuti nella sua corretta fruizione. Tale lavoro di decodifica potrebbe inoltre permettere ai ragazzi di leggere e comprendere in modo più profondo anche i fumetti da loro in genere divorati, più di intrattenimento, che comunque contengono elementi antropologici e culturali che passano in modo troppo superficiale e inconsapevole.

Per quanto riguarda la Storia, uno dei maestri indiscussi del manga, ovvero Osama Tezuka: il grande maestro, candidato ripetutamente al Nobel dal suo Paese, oltre a creare personaggi fantastici o che prendevano spunto da elementi mitologici, ha creato con La Fenice, opera in 16 volumi a cui lavorò dal 1956 al 1988, una sorta di storia dell’umanità: una storia dell’umanità che, come spesso accade nell’interpretazione orientale, è una visione dello scorrere del tempo che, pur ripercorrendo vicende e facendo riferimento ad eventi reali, prevede continuamente la presenza di ciò che a noi può sembrare fantastico. L’uccello di fuoco, la fenice che risorge dalle ceneri, accompagna l’uomo in una visione millenaristica, ma che comunque prevede la rinascita e la palingenesi: pur essendoci toni cupi e pessimistici, che ripercorrono la visione da fine del mondo della generazione che ha vissuto l’esperienza dell’atomica, non mancano comunque i toni scherzosi e ilari. 

Le stesse modalità e lo stesso approccio “misto” è presente nelle altre opere di questo autore: dalla biografia Buddha al romanzo I tre Adolf, che contiene tra le migliori ricostruzioni delle Olimpiadi di Berlino. Tutte le opere sono in più volumi e hanno un respiro ampio e difficilmente raggiunto da altre opere a fumetti. 

Scuola Secondaria Superiore

Proprio per l’età più difficile e scostante, l’adolescenza, il fumetto può essere un grimaldello per aprire porte altrimenti chiuse dalla diffidenza verso la “cultura dei grandi”: d’altro canto, per la loro complessità e per gli argomenti trattati, molti libri a fumetti sono difficilmente proponibili alle altre fasce d’età. D’altro canto, è proprio in questa particolare età che il concetto di temporalità viene acquisito in modo completo: può essere quindi un’età fruttuosa per approfondire il rapporto tra sequenza e fluire temporale, costruzione della linea narrativa e smontaggio delle sue ambiguità, interpretazione dell’immagine e contestualizzazione, ecc., ovvero di tutti gli elementi che rendono le strips un territorio particolarmente fertile di applicazioni. 

Innanzitutto esiste in Italia da pochi anni un’esperienza sostanzialmente unica nelle sue finalità e modalità attuative, ovvero la casa editrice Beccogiallo: si tratta di una realtà editoriale nata in provincia, come molte esperienze sperimentali riuscite. Questa casa editrice ha avuto un’idea semplice e innovativa, tradurre nel linguaggio sequenziale una selezione dei fatti di cronaca e di storia recente dell’Italia, ma ultimamente hanno aperto anche al mondo. Così sono nati libri come La strage di Bologna, Il delitto Moro, e molte altre opere in catalogo, che uniscono alla narrazione per immagini utili apparati di riferimento e schede riassuntive sugli episodi e gli avvenimenti che hanno caratterizzato la Storia del Secondo Dopoguerra. Scritti e disegnati da autori spesso molto giovani, hanno per il taglio didattico e piano una spiccata finalità di utilizzo all’interno delle classi. Essi ricostruiscono scenari e contesti che difficilmente potrebbero essere ricostruiti in così breve spazio utilizzando altri media: d’altro canto la fagocitazione della memoria non solo a lungo termine, ma anche della memoria storica recente, rendono questi testi particolarmente utili per attivare un ancoraggio visivo e di contesto per eventi che altrimenti rischiano di essere pure parole. 

Sulla Storia meno recenti, ci sono alcuni temi in particolare che sono stati toccati anche da più autori: ad esempio, la Guerra Civile Spagnola. Questo momento così critico per il passaggio all’Europa dei fascismi, ha notevolmente interessato gli autori contemporanei. 

Il classico Vittorio Giardino ne ha dato una ricostruzione filologicamente ineccepibile nei due volumi di No Pasaran, mentre il connubio Giuseppe Palumbo e Massimo Carlotto ha scelto una strada più emotiva e romanzesca ne L’uomo del treno. 

Si tratta di opere con impianto diverso: anche in questo caso la forma visiva e la costruzione narrativa sono funzionali al tipo di Storia narrata. Vittorio Giardino è autore vicino alle sensibilità d’Oltralpe, dove è particolarmente amato. Utilizzando la cosiddetta linea chiara come stile, è similmente chiaro anche nella costruzione del plot e delle situazioni. Le sue ambientazioni non tralasciano alcun dettaglio storicamente documentato: dai manifesti appesi alle divise, al mobilio ai volti, tutto fa riferimento a documenti storici esistenti. Il perno narrativo, ovvero il protagonista, è invece d’invenzione: egli costituisce una specie di alter ego dell’autore, che utilizza questo personaggio che ricorda nelle caratteristiche i personaggi di Simenon, dove la mancanza di autenticità non toglie nulla alla sensazione fortissima di veridicità del personaggio. In un certo senso, il personaggio fiction è un po’ il nostro Virgilio nella ricostruzione storica. Ci serve da lente di ingrandimento e da individuazione del punto di vista. 

Nel caso del lavoro a quattro mani di Palumbo e Carlotto, l’impianto visivo, più incline all’uso dell’acquarello espressivo, ad un suo dell’immagine che punta maggiormente al pathos, promuove una maggiore adesione agli avvenimenti, diminuendo però la sensazione proprio di veridicità così presente in Giardino. La forza evocativa ed emotiva del disegno sono qui più importanti degli aspetti filologici e il riferimento ad un evento altamente simbolico, che ha assunto soprattutto grazie all’interpretazione artistica di uno dei massimi esponenti dell’arte del XX secolo ovvero di Picasso, di un valore iconico, cioè Guernica, rendono ancora più esplicito questo intento. Guernica non è solo un luogo geografico e storico, è un punto in cui si incrocia la coscienza della storia , della sua interpretazione, di quanto è stato ricostruito nel dopoguerra in Europa. 

E sempre per rimanere nell’ambiguo periodo tra le due Guerre, non possiamo non citare Berlin dell’americano Jason Lutes, ampio affresco che ritrae la colta e fragile capitale tedesca negli anni ’30. Si tratta di una ricostruzione minuziosa, al limite del parossismo (l’autore ha impiegato più di cinque anni di ricerche, motivo per il quale il secondo volume ancora non è uscito…), che permette di immergersi in un’atmosfera storica, senza l’ausilio di pesanti didascalie e dialoghi fiume. Tutto viene a galla dall’immagine e dalla sequenza, con una semplicità che sorprende, vista invece la complessità delle questioni e delle contraddizioni che quell’epoca covava. 


Questa veloce rassegna, assolutamente arbitraria e limitata, delle opzioni narrative che intersecano Storia e narrazione per immagini, non può né vuole essere assolutamente esaustiva: di fatto mancano gli strumenti, anche di consultazione, per potere procedere a rassegne più complete. Le biblioteche non hanno sezioni dedicate, e quando sono presenti sono assolutamente carenti. L’unica biblioteca pubblica in Italia è il Centro Fumetto Andrea Pazienza di Cremona. D’altro canto con questo non voglio schermarmi dietro inutili giustificazioni: di fatto, l’elemento che reputo centrale è l’utilizzo del medium e della sua interpretazione per l’ausilio dell’apprendimento della Storia, ma soprattutto del “senso della Storia”. Vedo maggiori potenzialità in questo tipo di approccio che in un mero uso strumentale, di approfondimento mediante un’ulteriore lettura di un tema. Questa metodologia potrebbe aprire a mio avviso nuove opportunità didattiche e permettere l’acquisizione di competenze trasversali: tali competenze la didattica ci insegna che possono essere implementate solo mediante l’esperienza diretta e la capacità di riprodurre un processo. In questo senso, il tipo di strumenti necessari per la creazione di una striscia (un foglio e una matita) rendono il lavoro particolarmente agibile. È chiaro che non è sufficiente, se non si sostiene con una conoscenza e una lettura dell’immagine che ne permetta di interpretarne la chiave. 

La stilizzazione e la forza iconica del disegno rendono d’altro canto esplicita la peculiarità sostanziale della lettura storica: ovvero il fatto di essere una lettura, un’interpretazione. E con ciò non intendo dare una visione post – moderna o riduzionista del processo storico. Certo è che il riconoscimento degli elementi di realtà, da quelli di finzione, ipotesi, ricostruzione, possono essere più espliciti in una storia disegnata che in un racconto cinematografico, dove la pretesa di realtà assume contorni quasi di assolutismo interpretativo. 


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