Cartografia di un'Europa a fumetti

Testo realizzato in occasione della mostra all'interno del 3° Festival internazionale del fumetto di realtà Komikazen, (2007) 

Eppure, perché non dire quel che è successo?

Robert Lowell


A volte non bastano le parole per dirlo. Oppure dicono, ma non mostrano. E prima c’è l’immagine, nel racconto. In queste semplici e banali premesse risiede la forza narrativa del fumetto: immagini in sequenza.

Nel fumetto indipendente, non addomesticato dalle regole di mercato, c’è nelle immagini e nella costruzione delle sequenze un’inquietudine e un’urgenza che a volte mettono a disagio. Questo aspetto accomuna le produzioni raccolte in questa mostra, malgrado le notevoli diversità stilistiche degli autori. Queste diversità si riscontrano anche nei gruppi stessi: non c’è una “scuola greca”, “italiana”, “svizzera”, ecc. Piuttosto si possono intravedere citazioni, riprese, rimandi alle avanguardie artistiche del novecento. Manierismi che fanno il verso alle strisce degli anni ’40 – ’50. Molto spesso gli stessi autori sono eclettici, cambiano stile in base alla storia che raccontano.

Si può quindi cartografare l’Europa utilizzando stilemi, brandelli di racconto, storie dai margini? È ovvio che si tratta di una provocazione: ma come raccomandano gli storici come Braudel, non bisogno dimenticare che non esiste una Storia univoca, un mondo descritto che comprende tutti. Ci sono territori sommersi, velocità diverse: in un certo senso il fumetto, ma anche l’Arte in genere, ha un tempo geografico. È fatto di ritorni, di oscillazioni, sebbene viva anche momenti di grande rottura.

Nella mostra sono visibili disegnatori che fanno parte di progetti di gruppo: riviste e festival, nati dalla passione e dalla dedizione volontaristica, dalla ricerca e dalla sperimentazione. Questo è un altro punto di contatto molto significativo: anche in Paesi come la Romania, dove storicamente non esisteva una tradizione del fumetto, il nuovo assetto sociale si è portato dietro le autoproduzioni autoriali.

 Si può dire quindi “quel che è successo”, come chiedeva Lowell. Tenendo sempre presente che si è una voce in un mondo polifonico, con timbri diversi e storie diverse da raccontare.  


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