La maschera dell'esilio. Filippo Molinari nello sguardo di Dante. 

Pubblicato nel catalogo R.A.M. 2011, GIUDA edizioni, Ravenna

Ho sostenuto che l'esilio può produrre rancore e risentimento, ma anche una visione più acuta delle cose. Edward Said, Nel segno dell'esilio, 


Esiste una tradizione e una permanenza dell'esilio? Said interpretava la condizione dell'esilio come uno spazio in cui praticare la critica. L'esilio e la memoria, diceva, vanno a braccetto. E condizionano la modalità con cui si guarda al futuro, perché essa dipende dal modo con cui ci approcciamo al passato. Nella permanenza dell'esilio dantesco che è data dalla dimora funeraria del poeta fiorentino, proprio la condizione dell'espatriato per ragioni politiche è stata spesso sommessa, detta sottovoce e non acquisita come elemento sostanziale della volontà di attribuire un'identità dantesca alla città di Ravenna. Anche se nell'ultimo periodo è stato scelto proprio D.A.N.T.E. come acronimo per il progetto SPRAR del Comune di Ravenna che vede oggi fornire asilo politico a 45 persone.

Uomini e donne il cui esilio viene connotato con troppo facilità con altri nomi, con quasi titubanza nell'attribuire un termine che ha una vocazione intellettuale a chi è fuggito dal proprio Paese non per scelta, ma per l'impossibilità di essere cittadini. 

Adorno sosteneva a sua volta che “le case sono sempre provvisorie” per l'esule e per il profugo: la provvisorietà ha permesso a molti degli esiliati che anche in anni passati sono stati ospiti silenziosi della nostra città di fare ritorno, il ritorno che, come diceva sempre l'intellettuale palestinese, non può essere mai un ritorno totale e un rimpatrio definitivo, perché l'esperienza dell'altrove ci cambia e torneremo lasciandoci alle spalle un altro passato.

Pochi in realtà sono rimasti, anche se Ravenna è stata terra ospitale in diverse occasioni negli ultimi decenni, ed anche per questi la provvisorietà data l'esperienza della Terra – Patria è diventata spazio in cui costruire una vita. 


Nel lavoro di Molinari, che ha scelto di interrogare proprio questo nodo dell'abecedario del rimosso,  emergono tutti questi elementi, fermati in un'istantanea che non dimentica un'altra delle qualità invocate da Said, ovvero l'ironia. Le immagini continuano ad essere interrogative e non didascaliche. Il volto dell'Altro (con la maiuscola come voleva Lèvinas) è coperto dalla maschera simbolica di un personaggio che evoca ibridazioni. La personalità della maschera dialoga con la figura del protagonista della foto, fa emergere possibilità, radica la profondità dei vissuti. Difficile infatti attribuire immaginario alle vite dei profughi, sempre costretti dal cartellino che li ingabbia, da un passaporto simbolicamente bianco. La maschera, nella sua teatralità e nel suo valore antropologico, restituisce spessore e narrazione, fa scattare una reazione ironica. “E se fosse lui, Einstein, effettivamente esule, in questa provvisoria dimora che capita nella nostra città?”. E se fossimo umani, troppo umani. La valvola dell'empatia è spesso occlusa dalla potente colla del preconcetto, che agisce in positivo o negativo, non prendiamoci in giro. Le fotografie di Molinari hanno valore euristico nel senso primo della parola: ci fanno recuperare profondità e vissuto, attraverso lo scarto propulsivo dell'ironia, che è un potente dispositivo di comprensione. 

José Antonio Vargas, premio Pulitzer negli USA e uno dei più importanti giornalisti a stelle e strisce, ha fatto il suo scoop più significativo dichiarando sul New York Times la sua condizione di clandestino. Che è ovviamente cosa diversa dall'asilo politico, ma forse dovremmo cominciare a ragionare in termini diversi di cittadinanza planetaria, di patria terra per dirla con Morin. 

Nell'opportunità di essere altrove e creare relazioni e tracce sta la possibilità della crescita, della disseminazione delle storie e l'implosione dei significativi del visivo antropologico di Molinari, fotografo indagatore e costruttore di ponti. 


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