L'ossessiva normalità dell'essere speciale

Komikazen 8° Festival internazionale del fumetto di realtà, Ravenna 2012

Svegliati! Esci dall'infanzia.

IMMANUEL KANT (1784)

 

Se dovessimo trovare un minimo comune denominatore nei tentativi di rappresentare e raccontare la Storia d'Italia, potremmo dire che esso risiede nel ricorrere continuamente alla categoria di eccezionalità. L'eccezione di diventare stato nazione con notevole ritardo e senza una lingua comune, l'eccezione del mezzogiorno, l'eccezione delle mafie, l'eccezione dello stragismo, l'eccezione del PCI, e così ad eccepire. Nel suo considerarsi speciale, si configura la normalità della storiografia italiana e delle sue propaggini. Intendo le forme di narrazione storiche che possono essere ricondotte alla volontà di narrare la Storia, ma che usano forme diverse dalla ricerca scientifica. Come il fumetto.

A fare da sponda alla deriva di una realtà storica apparentemente non consegnabile al presente spesso ci sono state le letterature e le arti: dal verismo di Verga e De Roberto, alla letteratura di realtà al neorealismo cinematografico, c'è una sottile linea che collega queste espressioni. In tutte l'afasia, l'impossibilità del raccontare l'eccezionalità della storia italiana, si è tramutata in traccia che rivendica la possibilità di prendere la parola, di rappresentare l'Italia senza l'ausilio dell'idealismo, della tradizione e senza il sospetto per la scienza e la tecnica. Questi tre ingredienti, idealismo, tradizione e sfiducia nella scienza, sono difatti i tre ingredienti che incontriamo in molta della produzione culturale del nostro Paese. Ci sono stati però modelli e scelte che ne hanno preso le distanze, anche se lo hanno fatto rimanendo anch'essi l'eccezione.

Anche lo scorcio del secolo breve ci aveva consegnato ad un altro paesaggio narrativo: con la fine delle ideologie, dei “grandi racconti”1, la condizione postmoderna si era tramutata in condizione permanente, inconsapevole forse, ma attualizzata proprio nella realtà che essa stessa disconosceva. Le teorie che avevano animato i salotti intellettuali, riempito le librerie dei futuri disoccupati cognitivi, erano diventate l'arma con cui il populismo mediatico si stava preparando da Bush a Berlusconi a Putin, a diventare il nuovo sistema. Un sistema che non prevede alternative e che si basa sull'assunto che il mondo vero è una favola, il futuro è già qui, solo non lo vediamo. E non ha senso vederlo perché la realtà è un'opinione, e come tale può essere espressa in un talkshow, ma non può essere verificata. La realizzazione politica e sociale del postmoderno2si è manifestata con ciò che i postmoderni avevano solo pensato, e l'arte nelle sue varie forme si è fatta interprete di questa visione.

Nel relativismo culturale e artistico è incappato anche il fumetto di quegli anni, vivendo difatti un periodo di ridefinizione, ripetitività e ripiegamento che sembravano quasi segnarne la fine. Il mondo degli anni '80 era finito e non si capiva che cosa e se ci sarebbe stato un nuovo futuro. Eppure successe che l'inemendabilità del reale3, cioè il suo esserci anche se noi riottosamente non vogliamo conoscerlo o crediamo di non poterlo afferrare, o che semplicemente non esista, è rientrato nelle matite dei disegnatori, in particolare della nuova generazione, infettandone le vignette, diventando il segno che ne contraddistingue gran parte della produzione. Non che non esista anche il mondo della favola bella: anzi, chiunque frequenti le grandi fiere del fumetto non può non rimanere stordito dal travestitismo irruente dei cosplayer, dei giocatori di ruolo, di orde di giovani e meno giovani affascinati dalla ideologia pop della mitologizzazione della rappresentazione. In questo campo ovviamente c'è anche un enorme mercato e un indotto economico difficilmente quantificabile. Eppure. Eppure il nuovo non è in questo fenomeno, facilmente assimilabile ad altre forme di entertainment che vanno da Disneyland e i suoi emuli alle sagre finto medioevali. Ma l'elemento di novità e ricostruzione del medium è venuto dalla nascita della cosiddetta Graphic Novel, che può essere riconoscibile sostanzialmente dal cambiamento del formato da albo a libro più tradizionale, e in particolare per l'Italia dalla proliferazione delle narrazioni di storie di realtà che scaturivano sia da episodi classicamente iscritti nella storia nazionale in particolare più recente, che dalla narrazione di micro storie peculiari per la ricostruzione di una storia degli esclusi. E gli incontri tra storie e autori può essere sorprendente.

E sorprendente è il risultato dell'incontro tra un eroe del Risorgimento come Garibaldi, ormai paludato e fermo in marmi su cui svolazzano piccioni e si baciano adolescenti, e Tuono Pettinato, che già nel nome d'arte certifica la sua deliziosa irriverenza. Garibaldi non è nuovo a questi incontri, ha avuto già appuntamenti persino con l'animazione4, molte versioni cinematografiche, ed è una delle icone più importanti dell'idea di Italia, trasformatosi assai presto in nome che richiama la cosa senza bisogno di ulteriori approfondimenti. Il taglio di Tuono, che volutamente demitizza senza però creare una caricatura, ha esplicitamente anch'esso intenti didascalici. Di Garibaldi si mettono in evidenza pecche e limiti, restituendo umanità ai busti e alle lapidi che lo incorniciano come una pietra nella memoria nostrana. E con il Risorgimento ha fatto i conti anche l'istrionico Giuseppe Palumbo: un autore da cui ci potevamo attendere l'azzardo di mettere le mani sulla parte di Storia più bistratta e meno amata delle pagine scolastiche. Il segno di Palumbo, che diventa folgorante e malinconico quando si permette di essere libero dai vincoli della produzione di serie, si addice alla pensosa riflessione del suo approccio alla narrazione delle origini. Un approccio che ritroviamo anche nella storia dedicata al sindaco poeta Rocco Scotellaro, in cui il tema delle origini si interseca con la biografia dello stesso Palumbo.

Nell'ambiguo confine tra narrazione dell'altro e di sé si muove anche Paolo Bacilieri con Sweet Salgari: la biografia del grande autore dell'avventura, ancora oggi uno dei cinque autori più tradotti nel mondo, che ha narrato di mari e monti senza mai muoversi da casa, costituisce una sorta di alter ego per l'autore, che però non si sottrae ad una rappresentazione filologica dell'Italia appena nata e che dopo qualche anno sarà bagnata dal sangue della Prima Guerra Mondiale. Dalla fine consapevole, ma pur sempre drammatica di Salgari alla biografia di un altro personaggio che nella letteratura italiana ha vissuto come un nomade, un oggetto disperso e disamorato: Rocco Lombardi e Simone Lucciola firmano un Campana che riporta, nella sua tensione figurativa data dallo stile delle incisioni di Lombardi, il tratto peculiare della dedizione alla parola che scolpisce l'anima.

Della Seconda Guerra Mondiale nel suo tragico epilogo, che qualcuno ha definito “guerra civile” e non solo guerra di resistenza, si occupa Ultimo. Storia di ordinaria guerra civile di Gianluca Costantini, Andrea Colombari e Saturno Carnoli: la restituzione di una storia rimossa, dei morti ammazzati che “non pianse nessuno”, perché scomodi ad entrambe le parti, è l'obiettivo di questo libro che ripercorre l'uccisione di Leandro Arpinati, squadrista fascista assai noto, e Torquato Nanni, socialista e antifascista, suo amico d'infanzia. Costantini ha disegnato anche Cena con Gramsci, tratto da un testo teatrale, e quindi interessante adattamento dal palco alla matita.

La vita di un uomo e il suo lascito sono al centro di Lo scrittore necessario. Una biografia di Primo Levi dal 1946 al 1987 di Pietro Scarnera: un titolo programmatico, per raccogliere solo una parte degli anni, quelli da lui non direttamente narrati o meno noti.

E di nuovo al centro della narrazione la vita di un uomo che ha tracciato un pezzo di storia economica e culturale dell'Italia in piena ripresa industriale, Adriano Olivetti. Un secolo troppo presto di Marco Peroni e Riccardo Cecchetti, che in qualche modo già nel titolo riprende la lettura storiografica di Eric Hobsbawm che ha periodizzato dal 1914 al 1991 la realtà storica al di là delle date del ventesimo secolo. Furio Colombo lo ha definito forse il più bel testo di politica contemporanea5e in questa immaginaria intervista si riconquista lo spazio dell'indagine, utilizzando una forma narrativa che già nel Pasolini. Un incontro di Toffolo aveva mostrato la sua fertilità. La possibilità proprio di partire dall'incontro con la storia per ripercorrere passi e domandare verità, per aprire strade alla ricerca di risposte.

Questo intrecciarsi dei piani temporali, presente e passato, in un continuo dialogo che mette in scena direttamente il farsi della ricerca storica caratterizza anche il fortunato In Italia sono tutti maschi di Luca De Santis e Sara Colaone. Storia collettiva e al contempo contingente della comunità degli omosessuali al confino all'epoca del fascismo, il centro della narrazione è il silenzio, la dismissione della memoria della reclusione e del moralismo autoritario. Colaone torna alle storie singole che diventano collettive con Ciao, ciao bambina, nato dalla volontà di ricucire la propria storia famigliare di emigrazione, trova la propria forza proprio dall'uscire dal biografismo per diventare storia esemplare che parla di un Paese che è diventato tanti Paesi, dimenticandosi però in fretta quanto è duro partire. Palacinche. Storia di un esule friulana di Caterina Sansone e Alessandro Tota nasce anch'esso da istanze tutto sommato simili: l'esperienza familiare di Sansone, il bisogno di riprendere la matassa delle parole, delle immagini e delle storie singole per ricostruire se possibile una cornice di una storia collettiva rimossa, quella degli esuli istriani. Un pezzo di storia con cui, per motivi ideologici e legati al tempo in cui fu, si fa fatica ancora ad armeggiare e che riappare attraverso l'uso di madeleines: la musica nel caso del libro di Colaone, le frittelle e quindi il cibo nel viaggio a ritroso di Sansone.

Con Il mio Vajont di Marco Pugliese e Paolo Cossi siamo invece di fronte ad una vicenda che è diventata, grazie alla narrazione teatrale di Paolini in particolare, un episodio quasi paradigmatico delle storie di catastrofi del nostro Paese, della sua anormalità: i due autori, Cossi in questo caso sceneggiatore e Pugliese disegnatore, hanno prodotto un lavoro urgente, del presente, che non si sovrappone alla ricostruzione storica, ma che vuole verificare che cosa oggi c'è nella valle del disastro in cui morirono 1917 persone.

Lo spazio che ancora si abita, la comunità che c'era con le comparse, i ricordi d'infanzia che si intersecano alla Storia maiuscola sono la materia viva di Morti di sonno di Davide Reviati: l'utilizzo dell'occhio bambino stempera e apparentemente maschera il senso di perdita di un mondo, i quartieri operai degli anni '60 e '70 che hanno costituito il nuovo villaggio urbano al posto di quello agricolo da cui gli operai provenivano, senza però nostalgie passatiste. Una storia che proprio per il suo essere solo velatamente autobiografica è riuscita a raccontare le molte storie di queste comunità.

Circostanziato e legato ad un evento che è diventato materia di canzoni, slogan, film, Pinelli e Calabresi. Una storia sbagliata di Bepi Vigna e Mattia Surroz si pone invece l'obiettivo di una lettura indipendente dell'episodio che segna la nascita degli anni di piombo. I due protagonisti, il ferroviere anarchico e il commissario, diventano vittime e simboli di un periodo che ancora non è stato né canonizzato, né storicamente veramente narrato. Tant'è che le versioni cinematografiche italiane che hanno tentato di rappresentare gli anni di piombo sono apparse irrisolte e la vicenda di Pinelli e Calabresi nella sua dicotomia, nel suo essere facilmente manipolabile dal punto di vista simbolico è assunta a icona, ma è anche particolarmente rischiosa.

Piazza della Loggia. Non è di maggio di Francesco Barilli e Matteo Fenoglio è un'opera che riprende l'esperienza pregressa dei due autori con il libro su Piazza Fontana: raccontare la storia, sapendo che non è dalle sentenze dei tribunali che può emergere sempre la verità. Perché la via della giustizia segue percorsi strani e contorti, i fatti invece sono ormai certi. Anche se non ci sono colpevoli perché tutti gli imputati sono stati assolti in appello, questo non significa che non si sappia chi sono i responsabili della strage del '74 a Brescia. Con questo intento il lavoro di vera e propria ricostruzione storica attraverso lavoro di archivio, la consultazione diretta del materiale giudiziario, le interviste a testimoni e superstiti ha permesso la realizzazione di questo libro che è solo il volume 1 di questa ricerca.

E sul 1978 ci sono ben due opere, simmetriche perché le vite dei due personaggi protagonisti sono finite nello stesso giorno con alchemica precisione: Peppino Impastato. Un giullare contro la mafia di Marco Rizzo e Lelio Bonaccorso e Il sequestro Moro di Paolo Parisi. Improntato al recupero dell'umanità di Impastato, ai suoi atteggiamenti anticonformisti e alla ricostruzione della personalità del giovane attivista il primo, il libro di Parisi ha invece un taglio più sospeso e meno documentario. Concentrato sul labirinto della ragioni delle “schegge impazzite”, sulla fine apparente di una stagione di fuoco che ritorna con l'omicidio D'Antona, impiega diversi livelli temporali creando un intreccio che lascia aperte molte vie di interpretazione.

Ustica. Scenari di guerra di Leonora Sartori e Andrea Vivaldo ci porta nuovamente nel gorgo putrido dei cosiddetti misteri italiani. Ristampato in occasione del trentennale della strage, il libro segue con delicatezza, ma anche chiarezza le varie ipotesi di indagine. Certo è che uno degli aspetti più disarmanti dell'anormalità italiana è che, pur essendo avvenuta 35 giorni dopo, nessuno mise all'epoca in relazione la strage di Ustica con quella di Bologna. Andrea Laprovitera e Andrea Vivaldo con Il treno sono partiti proprio dalla strage del 2 agosto del 1980, su cui si sono cimentati anche Boschetti e Cimmitti,6 ma hanno scelto una narrazione più volutamente cinematografica, intrecciando tre vicende che partono dal '68 (e ahimé non aiuteranno a modificare la confusione ancora imperante sulla matrice di questa strage) e trovano con un colpo di scena una chiusura d'effetto in quella drammatica giornata alla stazione del capoluogo emiliano. L'idea di una necessità di un bilanciamento politico, che ricorda l'assunto conformista del bisogno di avere “due voci sempre presenti”, in una vicenda che ha avuto un epilogo giudiziario in cui una sentenza ci fu risulta un po' centrifuga Anche se non fu possibile individuare chiaramente i mandanti: tuttavia se si legge l'elenco dei nomi dei condannati per depistaggio non è difficile ricostruire la storia (non la questione legale) di questa vicenda.

Il caso Calvi di Luca Amerio, Luca Baino e Matteo Valdameri rientra nella ridda dei misteri noir che purtroppo infestano le pagine della storia italiana, e non solo dell'ultimo secolo. L'apparente suicidio sotto il ponte dei Frari Neri a Londra aveva tutte le caratteristiche di un film di genere, eppure la realtà ha ancora una volta superato la fantasia. La complessità della materia che investe la biografia del banchiere suicidato non ha spaventato gli autori, che con grande umiltà hanno portato un pezzo di storia scavando nel multiforme materiale che riguarda finanza, P2, Vaticano, politica e chi allora volle chiudere occhi e orecchie.

E si torna invece nel falcidiato sud con Pippo Fava. Lo spirito di un giornale di Luigi Politano e Luca Ferrara. Un meridione che è l'ambientazione di una notevole fetta delle Graphic Novel prodotte negli ultimi anni e che purtroppo non smette di essere lo scenario nel quale i mali dell'Italia giocano una sorta di corrida mortale. Il giornalista coraggioso de I siciliani, ucciso nel 1984, appassiona Politano, anch'egli giornalista che crede ancora nella ricerca della verità: nei giorni in cui il figlio Claudio Fava si candida a governatore della Sicilia, non è scontato tornare a ricordare il padre, riaprire le ferite e gli interrogativi sulle ragioni di questo dissesto prima che politico, morale.

Antonino Caponnetto. Non è finito tutto di Luca Salici e Luca Ferrara e Un fatto umano. Storia del pool antimafia di Manfredi Giffone, Fabrizio Longo e Alessandro Parodi si inseriscono in questa ricostruzione amorevole, tenace e resistente della storia di chi si è opposto all'inevitabilità delle mafie. Riprende al contrario la frase che il giudice Caponnetto proferì uscendo dall'obitorio in cui aveva appena visto il corpo distrutto di Borsellino il titolo del primo libro: dopo lo sconforto per l'uccisione di Falcone e Borsellino, difatti, Caponnetto non si diede per vinto e scelse la strada della divulgazione, del dialogo con le giovani generazioni per tenere viva non solo la memoria, ma soprattutto la coscienza civile. Sempre sul pool antimafia, ma con taglio più filologico e al contempo interpretativo il lavoro di Un fatto umano: frutto di una cospicua ricerca sul campo e di una scelta che riflette l'intenzionalità dell'intervento semiotico sul segno (ovvero la scelta di rappresentare con facce da animali i protagonisti della storia, quasi a dire, “questo è il nostro Maus, questa è la materia calda della nostra memoria”) il voluminoso lavoro su sceneggiatura di Giffone è anche un'opera di ricerca e collazione delle fonti.

Poi arrivarono gli anni del ventennio berlusconiano: di questo periodo, ancora in bilico tra passato e presente, radiografa il mutamento antropologico Riccardo Mannelli: il suo non è un lavoro umoristico, di commento alla notizia, ma è un disegno e parola che diventano strumento di informazione e soprattutto di analisi. In questo senso la sua satira può coesistere con le narrazioni formato libro presenti nella mostra. Anche perché sullo scivoloso pendio del premier italiano più famoso nel mondo ancora nessuno ha osato buttarsi.

Apparentemente fuori dalla lista, ma pur sempre denso di aspetti irrisolti, l'inquietante fine di un mito del ciclismo italiano è il fulcro di Gli ultimi giorni di Marco Pantani di Marco Rizzo e Lelio Bonaccorso. Basato sul libro inchiesta del giornalista francese Philippe Brunel, ne ripropone dubbi, perplessità, punti non chiari: qui si mescola la mitologia e l'importanza sociale che lo sport, e in particolare il ciclismo (insieme al calcio, ovviamente, e questo ce lo ricorda Il ribella granata su Gigi Meroni7) riveste in Italia al tema comune a molti questi lavori, ovvero l'incapacità di conoscere la verità. E ritroviamo sempre Marco Rizzo, insieme a Nico Blunda e Giuseppe Lo Bocchiaro, nel progetto dedicato a un personaggio che davvero ha attraversato fasi e contesti diversi e che raccontano una bella fetta dell'Italia tra anni '70 e la fine degli '80, Mauro Rostagno, prove tecniche per un mondo migliore: la biografia dell'eclettico e instancabile Rostagno va dalla fondazione di Lotta Continua, alla creazione di Macondo, uno dei primi centri sociali autogestiti in Italia, alla comunità Saman in Sicilia, alla morte per mano della mafia.

Ed eccoci a superare la soglia del nuovo millennio, che già odora di fine: Carlo Giuliani. Il ribelle di Genova di Francesco Barilli e Manuel De Carli segna la fine del rapporto conflittuale, ma ancora dialogante tra un movimento multiforme e dalle molte anime come quello no global che si riunì a Genova al G8. Leggerlo tenendo conto anche della sentenza sulla Diaz può in effetti chiarire che cosa in quei giorni si è consumato, oltre alla fine di un ventitreenne di cui in questo libro si delinea una partecipata biografia attraverso gli occhi di chi lo ha conosciuto. E sempre sul G8 si sofferma ZeroCALCARE, l'unico in mostra in veste propriamente autobiografica, quale testimone giovanissimo dei giorni di Genova. Il suo tratto fumettaro non cancella l'intensità di chi presenta la propria storia, il fatto di essere stato presente in carne ed ossa e ora ripresentare gli eventi: sappiamo bene quanto di antistorico possa esserci nei testimoni diretti della storia, eppure in questo tempo di Realityzzazione della vita, un po' di realtà senza finzione mediatica non guasta.

E così anche in Yeti di Alessandro Tota che chiude la mostra ritroviamo lo spaesamento di dover raccontare qualcosa di irrimediabilmente legato al nostro vissuto, alla propria storia di vita, quella nello specifico di un giovane che parte alla volta della miracolosa Parigi e incontra le difficoltà del precariato, del relativamente diverso: e come raccontare una storia così senza diventare narrativamente fragili? Ecco dunque Yeti, il barbapapà del nuovo millennio, luminoso, morbidoso, eppure scomodo: una figura che rientra nella sfera della tenerezza, come la categoria dei “giovani” di cui tutti si riempiono la bocca, che tutti vorrebbero aiutare, supportare e comprendere. Il suo aspetto dolce non gli impedirà di vivere la distanza, di riempire il vuoto, di trovare lo spazio che lo accolga nella strana brezza che oggi aleggia in questa strana Europa, consolante, ma non certo accogliente.

In questa Europa quindi piena di nuovi fantasmi che corteggiano quelli vecchi, sempre pronti ad uscire dagli armadi, c'è una New Wave italiana, che nella rinnovata energia del fumetto internazionale, che vede il fumetto sperimentarsi in modalità che prima non erano mai state tentate e che sembra uscito definitivamente dalla fase dell'infanzia, si presenta con dei caratteri peculiari propri. Case editrici che si dedicano pionieristicamente alla produzione esclusiva di fumetto di realtà, contaminando anche i grandi editori (vedi ad esempio Rizzoli – Lizard e Mondadori), giornalisti e ricercatori che si cimentano nella sceneggiatura, indagini vere e proprie che prendono la forma di sequenze. Un post realismo che si manifesta in un'Italia che sembrava aver preso una piega irrazionalistica e burlesque, e che credo abbia ancora molto da raccontare e disegnare.

 

1J. F. Lyotard, La condizione postmoderna. Rapporto sul sapere, Milano 1981.

2M. Ferraris, Manifesto del nuovo realismo, Roma Bari 2012

3Concetto centrale dell'interessante riflessione di Ferraris nell'op.cit.

4 'L'eroe dei due mondi' di Guido Manuli (1994), film d'animazione con forte intento didascalico di un disegnatore, regista e sceneggiatore che aveva collaborato a lungo con Bozzetto e con Nichetti.

5Furio Colombo, L'Olivetti dei sogni perduti, su Il Fatto Quotidiano, 27 novembre 2011.

6Alex Boschetti e Anna Ciammitti, La strage di Bologna, fumetto con prefazione di Carlo Lucarelli. Becco Giallo 2006

7Marco Peroni – Riccardo Cecchetti, Il ribelle granata, Becco giallo 2010


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