Margherita Manzelli, da Ravenna al mondo e ritorno

Ha esposto al Maxxi, Istanbul, New York, Londra

«Per diventare artista serve una vocazione a una religione laica» di Elettra Stamboulis

Ostinato, 2008 Oil on canvas 196 x 297 cm
Ostinato, 2008 Oil on canvas 196 x 297 cm

Sulla carta d’identità c’è scritto “artista”, ma, malgrado sia una delle artiste visive italiane più significative degli ultimi anni, le autorità  le chiedono ancora se fa l’attrice. Margherita Manzelli, classe 1968 è una pittrice nata a Ravenna e che in città è tornata dopo avere esposto nelle capitali dell’arte e aver vissuto a Milano e per un breve periodo a New York e soprattutto a Londra.


Che effetto fa tornare nella provincia dopo aver respirato l'aria del mondo? Non ti senti parzialmente in esilio volontario?
«Essendo stata una scelta definirla esilio è forse ambiguo. Certo è che Londra mi manca moltissimo, tant'è che ci torno spessissimo. Trovo continuamente alibi che mi permettono di fuggire e ritrovarla, anche se devo dire che la vita che ho fatto nella capitale inglese non è diversa da quella che faccio qui. Sono molto concentrata sul mio lavoro, sono un animale da studio, vivo relegata sull’opera e rifuggo la mondanità e le inaugurazioni. Forse ne ho fatte troppe. E ora le scelgo accuratamente».

Qui comunque, oltre ad avere la tua famiglia che ha un ruolo centrale nella tua vita, ti sei formata.
«Sì, ho frequentato il Liceo Artistico, perché non avevo alternative, a me piaceva solo disegnare, sin da bambina. Una specie di possessione. “Per far star buona Margherita lasciatela disegnare”... I miei genitori anche se a malincuore hanno assecondato questa mia passione, anche perché l'ho rivestita di un’aura utilitaristica, soprattutto quando ho annunciato loro che avrei fatto anche l’Accademia a Ravenna. Scelsi Scultura, che con la sua veste pragmatica e il laboratorio di oreficeria tenuto allora da Lissoni aveva una parvenza di mestiere».

Però poi hai sempre dipinto! E  negli anni ’90, quando fare pittura era quasi un'eresia.
«è vero (sorride). Sono un’autodidatta. E mi sento ancora una principiante per questo. Nessuno mi ha insegnato quello che poi ho praticato con ostinazione. Per questa ragione mi sento una che ha avuto una fortuna formidabile. O forse il mio essere così tenace, fuori posto, bislacca, mi ha in qualche modo ripagato. Non ti dico poi la faccia che fatto mia madre quando le ho confessato che volevo fare l'artista...»


Eppure ci sei riuscita. Cosa è successo dopo l’Accademia?
«Ho provato a fare tante cose. Un ruolo particolare, e non so neanche se lui lo sappia, lo ebbe Daniele Panebarco, che mi fece sperimentare tante cose. E mi fece capire che tutte mi piacevano, ma che io volevo altro. Anche lui fu esterrefatto della mia scelta. Andai a Milano. Partire è fondamentale, se devo dare un consiglio. Poi si può ritornare. Ma solitamente, anche se ci sono eccezioni, è necessario andare nel mondo, sfondare porte. Sentirsi anche soli e insicuri. È molto faticoso, ma è l’unica strada. Il mio primo canale a Milano fu Viafarini».


Lo spazio di documentazione e promozione dell’arte giovane che oggi gestisce anche le residenze della Fabbrica del Vapore?
«Esatto. Non so ancora come feci a convincere la curatrice, forse la presi per sfinimento. E quella mia mostra con quadretti appesi piacque molto, mi fece entrare in contatto con quelli che sarebbero stati i miei galleristi e che ancora curano il mio lavoro».

Hai fatto mostre a Palazzo Grassi con Bonami, biennali, personali al Maxxi, esposto a Istanbul e New York, una delle tue gallerie di riferimento è a Londra. Come si coniuga questa diaspora con il vivere a Ravenna? Sei in rapporto con il mondo dell’arte locale?
«Ora è possibile. Sono tornata matura, con una mia identità. E alcuni luoghi per me non erano praticabili per una vita, come ad esempio New York, che ho trovato così ancorata al denaro, così poco stimolante, anche se ancora tutto si muove lì e se ho lottato per ottenere la residenza in quella città. Qui trovo una dimensione che mi permette di coniugare lavoro artistico e vita personale. Con la mia città sono quindi in relazione, ma in modo diverso, su un livello privato. Non riesco a tenere insieme troppi progetti. E quindi sono costretta a vivere un po’ schiva. Mi avevano ad esempio proposto delle docenze, ma non mi sento in grado di insegnare. Rifiutai anche quando me lo chiesero da Los Angeles. E poi ripeto mi sento una che va per tentativi».


Che cosa consiglieresti a chi vuole intraprendere oggi la carriera di artista...
«Cercherei di fargli cambiare idea! È una condizione orribile, solo pochissimi ci riescono. Io sono stata molto fortunata, ma conosco molti amici molto più dotati, più bravi di me che non sono riusciti. E ci vuole una sorta di vocazione, di chiamata a una religione laica. Se non si ha quella, meglio dirottarsi su altro. Se mio figlio mi dicesse che vuol fare l'artista non la prenderei bene...»


Margherita sorride, e con la sua grazia e dolcezza scherma l’estrema concentrazione e dedizione alla pittura e alla figura. Chissà che anche il figlio non ci sorprenda.


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