Valerio Adami e la verità del momento metafisico

Ha uno sguardo indagatore e curioso, e impone subito un cambio di ruoli prima dell'intervista: prende di contropiede e chiede «l’arte è per lei dovere?».


Valerio Adami è il pittore più pop della sua generazione: nato nel '35, ha attraversato la recente storia dell’arte, imprimendo un segno con un timbro inconfondibile, netto, resistente alla catalogazione in corrente o a un gruppo. In mostra al Mar di Ravenna (fino all'8 dicembre) è possibile vedere una sintetica presentazione di un processo artistico che abbraccia con dedizione un arco di tempo che va dalla fine degli '50 ad oggi. Un paesaggio figurativo rigoroso, sobrio, puntuale e intenso, come lo sguardo di questo artista che ancora ha molti progetti nel cassetto del futuro. Grande viaggiatore, stimolato alla curiosità per gli spazi altri soprattutto dalla moglie Camilla, anch’ella pittrice di talento, vive soprattutto a Parigi, città che per prima gli ha dedicato un’ampia personale pubblica.

 

La sua è una biografia di un artista affermato e che è riuscito già in gioventù ad ottenere riconoscimenti ed attenzione. È replicabile una simile biografia oggi?
«All’epoca tutto era limitato a pochi attori. C’erano due gallerie a Milano e tre a Parigi. Oggi siamo di fronte a un paesaggio diverso, la stessa espressione artistica si ê differenziata. Ci sono pittori che dipingono, ma ci sono molti che trovano forme espressive diverse dalla tradizione di questo linguaggio. Il possesso del pensiero dell’arte stesso si è ampliato. Ho come l’impressione che ci sia più interesse, ma con minore intensità. Se un giovane ragazzo di buona famiglia comunica alla famiglia che vuole diventare artista, i genitori possono essere quasi contenti. Quando ero giovane, l’iscrizione all'Accademia era un atto riprovevole».

Come reagirono i suoi genitori alla sua iscrizione all’Accademia di Brera?
«Lo tenni segreto per due anni, dicendo che avevo scelto Architettura. Poi non fui rimproverato, ma mi autocensurai. Quando lo seppero non furono irati, ma io temevo».
Si legge spesso che la sua arte è la più vicina alla Pop Art americana di Lichtenstein. E che la sua sarebbe una raffigurazione che parte dal fumetto, anche se di fatto non c'è traccia dei miti delle culture mainstream o pop nella sua figurazione...
«In effetti non sono mai stato un lettore di fumetto, non ne so nulla. Probabilmente quello che ha creato l’equivoco è l’utilizzo della linea chiusa. Con l’arte sequenziale però non ho mai avuto rapporti diretti, se non con MAD, la rivista satirica statunitense, che mi incuriosì quando la incontrai, perché erano artisti che si esprimevano con stile evidente, così per un periodo ne collezionai i numeri».
Lei è stato amico di Tabucchi, che ha scritto del suo disegno in Racconto con figure, definendo lo racconto del mondo.
«Non credo che la pittura possa raccontare. La verità sta nel momento metafisico, c'è sicuramente un racconto inconscio, di ciò che abbiamo vissuto, ma non un vero e proprio racconto. Il mio è piuttosto un lavoro sulla forma, sullo spazio».


Per riprendere Tabucchi, una “geometria del reale”: che ruolo ha dunque lo stato d’animo, la partecipazione dello spettatore?
«Ci sono forme di pittura come l’Action Painting o il tachisme in cui l’opera si crea come deposito di uno stato emotivo. Nel mio lavoro la forma può provocare uno stato d’animo, non lo escludo, ma non parte da questo. Non è nelle mie corde dare forma a un vissuto tragico o al dolore, alla malinconia piuttosto».


Il suo è un percorso costellato da un'intensa frequentazione con il mondo artistico e intellettuale nel senso più ampio del termine, come ad esempio con Derrida con cui ha promosso dei particolari seminari a Meina sul lago Maggiore...
«Negli ultimi venti anni ho tenuto questi seminari in cui il contributo di Derrida era straordinario. Dopo la sua morte si sono rallentati, perché l’assenza era rilevante. C’era una convivialità, uno stare insieme che si esprimeva nel pensiero perennemente acceso, su un tema scelto in anticipo. Per quattro giorni si discuteva in un gruppo di invitati, devo dire perlopiù francese, solo però per ragioni linguistiche. Ora sto pensando di ripartire con l'esperienza...»


In occasione della mostra di Ravenna ha realizzato anche dei mosaici in collaborazione con giovani artisti musivi di Ravenna.
«Sono felice di questa esperienza, anche se non sono contento di me stesso, mi piacerebbe essere coinvolto nel pensiero musivo maggiormente, ma non ho avuto tempo finora di approfondire questo linguaggio. Diversamente dalla tecnica delle vetrate, nella quale sono entrato completamente, sono diventato esperto, il mosaico ha bisogno per me di un lavoro in tandem. Forse in futuro».


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