Inganni gentili e delicatezze brutali

La siciliana Giambrone protagonista al Mar

di Elettra Stamboulis

 

Inaugura sabato 14 dicembre alle 18 al Museo d'Arte della Città di via di Roma 13 "Critica in Arte 2013", Silvia Giambrone uno dei tre artisti protagonisti, insieme a Francesca Pasquali e Eron. Parliamo con lei della sua arte e dell'esposizione ravennate.

Silvia Giambrone (Agrigento, 1981) è una artista poliedrica che utilizza scultura, fotografia, istallazione, ma soprattutto il corpo, come arma intensa e inalienabile della nostra presenza nel mondo. E del suo corpo appaiono questi capelli alla Tiziano, rossi e impertinenti, per una siciliana come Silvia. Sarà una delle protagoniste delle mostre personali di Critica in arte 2013 al Mar (fino al 12 gennaio), ma soprattutto è una delle protagoniste emergenti dell’arte contemporanea italiana che non cede all’effetto show, ma richiede tempo, attenzione e dedizione.

 

Una parole che risuona in diverse interviste è “intensità”: è questa la cifra che vedremo nella mostra di Ravenna?
«Credo che l'intensità fosse proprio uno degli aspetti che Silvia Cirelli, la curatrice della mostra che mi ha invitata al Mar, volesse evidenziare per Critica in Arte, e credo altresì che questa sia la ragione per cui abbiamo lavorato insieme in grande armonia. Ricercare l'intensità è qualcosa che che ti chiede di non adagiarti su quanto hai già vissuto, ti mette nella posizione di guardare qualcosa sempre come fosse la prima. È necessaria una certa partecipazione, ma anche una certa alienazione».

 

La tua poetica è spesso pervasa di poesia, di un discorso poetico che scorre nelle vene di quello che mostri, anche di te che ti mostri. Che rapporto hai con la parola scritta e letta?
«Credo che la poesia sia un’arma potentissima perché è l’unica forma di resistenza che si può opporre e coltivare contro la pervasività della realtà, qualunque aspetto essa incarni… A dispetto di quanto si possa pensare, non c'è resistenza al potere che non passi per una resistenza interiore. Lasciare uno spazio per il tentativo sempre fallimentare e sempre ricercato del dire l'ineffabile è tutto ciò che abbiamo per non cedere alla tentazione di contrattare tutto, per salvare quello che Borges chiamerebbe “il centro del cuore che non consiste in parole, non si baratta coi sogni e che tempo, gioia, avversità  lasciano intatto”».

“Non voglio vivere nell'ostilità” oppure “L'ambizione è rimanere alla pari” sono tue dichiarazioni di tipo  politico  alto.  E  nei  tuoi  lavori,  in  cui  tu  cerchi  continuamente  una  relazione,  spesso emotivamente importante, con lo spettatore chi vince, chi perde?
«Perde chi credeva di vincere e vince chi credeva di perdere. Un inganno gentile e una delicatezza brutale rinegoziano ostinatamente il senso della verità dell’udito di chi parla e della voce di chi ascolta».

 

Ti sei formata all’Accademia di Belle Arti di Roma: che cosa ti porti ancora appresso dell’esperienza formativa e cosa invece hai abbandonato?
«Mi  porto  dietro  qualche  buon  amico  scovato  tra  i  rumorosi  miti  di  fondo  che  disanimano l’accademia,  e la consapevolezza che nessuno ti insegna a essere un’artista. Tutt'al più puoi trovare, se sei fortunato, qualche professore illuminato che intuisce come tirare fuori da te quello che hai già dentro. Mi porto anche molte occasioni mancate e qualche amarezza, perché troppo è quello che si potrebbe fare nelle accademie e che per sciocche ragioni non si fa».

 

Sei stata una delle artiste di due mostre collettive (Autoritratti. Iscrizioni del femminile nell'arte italiana contemporanea al MAMbo di Bologna. e NOW! Giovani artiste italiane all'Ex Refettorio del Complesso San Paolo diFerrara) entrambe nella nostra Regione ed entrambe centrate sul fare femminile artistico. La tua vocazione femminista, il tuo dialogare con il pensiero di Carla Lonzi ad esempio, e il tuo mettere in discussione il concetto di femminile nell'arte...
«L’incontro con il lavoro di Carla Lonzi è stato essenziale per me ed è arrivato un po’ come arriva l'amore: ti pare che arrivi sempre troppo tardi e che sempre se ne vada troppo presto. Riconosco in Carla Lonzi un'interlocutrice molto importante, forse perché la più radicale, perché lei ti mette spalle al muro, ti manda alle corde, ma il muro è l’evidenza di un confine da cui partire e le corde sono un elastico per rientrare sul ring. Io, da quanto studiato sui suoi testi, ho tratto l'opportunità di pensare la fragilità e la differenza come punti di forza. Fatico sempre a parlare di “femminile”, forse rispetto al genere sono molto più vicina alle posizioni di Judith Butler che a quelle di Lonzi, ad ogni modo l’eredità femminista che rivendico è quella della pratica di riflessione ed azione sui rapporti di potere più sotterranei, che contribuiscono a formare un soggetto (sia maschile che femminile) e che innervano tutte le relazioni, da quelle più apparentemente semplici a quelle più articolate e complesse

“I capelli rossi ce li avevo solo io”: questo essere individuabile, riconoscibile viene da te a volte sentito come un limite, eppure anche un'opportunità di assumersi una responsabilità...
«La differenza dall'altro ognuno la scopre a proprio modo ed è sempre una scoperta molto delicata. Quando la scopri con leggerezza e serenità hai qualche possibilità in più di coltivare ciò che in te è autentico, quando la scopri con disagio invece corri il rischio di ospitare per sempre un ingombro e di divenire il riflesso dell'idea di altri.  Credo che la responsabilità della propria differenza sia un percorso che ha forse un'origine, ma non una fine. Che sia una pratica costante e che richieda alla “social catena” tanto amore da dare e tanto da ricevere. Detto ciò, non vedo l'ora di andare prima o poi a quel raduno itinerante, che ho scoperto esistere solo recentemente,  di sole persone con i capelli rossi e sapere finalmente com'è essere, almeno sotto il profilo melaninico, uguale a tutti gli altri».


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