Lo sguardo di Alessandra Dragoni

Lo sguardo di Alessandra Dragoni

La fotografa fondatrice di My Camera si racconta

di Elettra Stambouls

 

È minuta, sorridente e sbarazzina Alessandra Dragoni: è figlia del nomadismo dello sguardo e la sua costruzione biografica nasce dalla casualità suadente del destino. Da Ravenna al mondo e ritorno, cura l'unica galleria di fotografia della provincia e una delle poche in Regione. Si chiama con grande riservatezza e umiltà My Camera, come a dire, c'è la fotografia (in inglese), ma è anche la mia stanza.


Sei nata e cresciuta a Ravenna  e quindi anche gli studi li hai fatti qui?
«Sì, sono romagnola, e ho studiato alle mitiche Magistrali sperimentali a indirizzo linguistico. Devo dire che quello fu il contesto in cui scoprii che c’era un mondo là fuori, grazie Maria Teresa Rossi, docente che andrebbe ricordata a Ravenna. Lei mi ha molto capita, ispirata e appassionata alla conoscenza. Invitò a scuola Carmelo Bene, il Living Theatre...»


E poi partisti...
«Sì, all’inizio a Lingue a Cà Foscari, un percorso che non conclusi. L'Università mi stava stretta, così partii con un’amica per l’Olanda. Erano gli anni ’80. E lì mi sono fermata. Primo lavoro in pizzeria: proprietario israeliano, pizzaiolo marocchino, cameriera canadese, lavapiatti egiziano...»


E tu...
«Io che mi guardavo intorno, imparavo la lingua, e mi incuriosivo di fotografia, che mio padre praticava amatorialmente. Andai tramite un amico, convinto che fossi sprecata come cameriera, all'agenzia Abc press, fondata negli anni Cinquanta da un giornalista ungherese amico di Robert Capa... un’agenzia importante, che forniva i principali quotidiani e riviste olandesi. All'inizio feci lavoro di archivio, poi mi iscrissi a una scuola di fotografia. Era un periodo fecondo, di grande attenzione per le arti visive: in ogni quartiere c'erano camere oscure disponibili».

È stato quindi l’ambiente, il contesto che ti ha formato...
«E poi il mio percorso è stato all'inverso: ho imparato la fotografia facendo e guardando, lavorando per la stampa. Quando sono tornata a Ravenna, molti anni dopo, mi sono iscritta all'Accademia al corso di Fotografia di Guido Guidi».


Com'era lavorare in una piccola e prestigiosa agenzia ?
«Sai, pensavano che lavorare 7 giorni su 7 non fosse utile per la creatività. Per cui si lavorava 4 giorni alla settimana, per avere il tempo di nutrirsi, ma il destino mi riportò in Italia...»


Ovviamente Milano...
«Sì, avevo conosciuto tramite la titolare di Abc, Grazia Neri che mi prese con sé. Furono due anni estenuanti, si lavorava a ritmi incessanti, così partii nuovamente, destinazione Parigi. Andai a Liberation, non pagata, con uno stage».


 Hai investito sul tuo sguardo...
«Avevo bisogno di acuire lo sguardo: c’era Christian Caujoulle, ma la mia intenzione era crescere ancora, così scrissi una specie di lettera d'amore alla Magnum... E mi presero a lavorare come tuttofare, gratis naturellement, ma fu strepitoso esplorarne gli archivi, conoscere personalmente Cartier Bresson e non solo. Alla fine rimasi con loro più a lungo dello stage concordato, come assistente di Diane Dufour (attuale direttrice di Le Bal a Parigi), ottenendo vitto e alloggio. Vidi abbastanza e tornai a Milano più forte...

Così cominciò la tua carriera da freelance...

«Sì, avevo quasi trent'anni ed ero cresciuta, ci fu anche l'intermezzo di Fabrica, la collaborazione con Adam Broomberg. Un'esperienza entusiasmante e molto diversa da quello che diventò poco dopo lo spazio di sperimentazione di Benetton. Tornata a Milano fui chiamata da Marie Claire per collaborare come  fotografa e photo editor. Guadagnavo molto bene, ero immersa nelle fotografie, ma soprattutto potevo salvaguardare il mio modo di vedere. Ero riuscita a raggiungere un'aura che mi permetteva di non cedere alle richieste, a volte frenanti, delle riviste.


Alla fine però sei tornata quando è nato tuo figlio, come se ci fosse il richiamo delle sirene della nascita dei figli, non sei la prima a fare questa scelta...
 «È vero, è stato per me un momento in cui avevo bisogno di tempo per me e lui. Non me la sono sentita di lasciarlo, così piccolo, anche per poco, per lavoro. E il risultato fu che il rapporto con Milano piano piano si è affievolito. È un mondo in cui ci devi essere, sempre. A Ravenna ho sperimentato un altro modo di affrontare la Fotografia, in Accademia. Però certo a livello lavorativo non è stato semplice. Mantengo questo spazio da sola, per avere un polmone in cui poter fare e far vedere quello che so e che mi piace. Ho collaborato con varie realtà, come ad esempio Cantieri con cui ho scattato i ritratti dei bambini e ragazzi della città al party in terza o per Nutrimenti. Un lavoro che mi ha molto appassionato. La fotografia di moda invece è quella che mi “garantisce” entrate sufficienti a coprire le spese della galleria. Poi  ci sono  progetti di libri e di ricerca».


Tra archivio, visivo, documentazione, poetica come la mettiamo con la fotografia? Oggi gli archivi si volatilizzano, ma tutti lavorano sugli archivi, sulla mappatura. Che cosa proporresti tu a questa città su questo tema?
«La fotografia è documento, in questa cosa Guidi è un maestro. Ma ci sono altre strade, come la ricerca dalle sfere più personali, magari amatoriali ma autentiche. È un po' questo il mio campo d'attenzione al momento. La mia idea su questa città è un mix delle due cose. Ravenna sorge sulla base dei quartieri, che erano una sorta di realtà “indipendenti” (Nullo Baldini, Villaggio Anic, San Biagio, Gulli etc). A me piacerebbe chiedere la collaborazione dei cittadini per creare un archivio visivo dell'esperienza dei quartieri, degli spazi, ma anche del privato, negli anni  '50, '60 e  '70. Vorrei che chi ne ha voglia attingesse al proprio archivio personale. Erano gli anni del boom, quando ci si trasferì dalla campagna e si creò realmente questa città. Sarebbe un po' come far uscire questa idea di città, questa vita sedimentata in scatti, e ridarla alla luce. Mettere insieme esperienza personale e pubblica, documento e privato, per capire e conoscerci meglio».


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