La schiena di Zehra e le altre. Prigione n°5


Piegati, amore, finché non passa la tempesta

Mi sono piegata così tanto che la mia schiena è diventata un arco. Quando scoccherai la tua freccia?

(Allunghi le mani e trovi una manciata di farina)

 

Piegati, amore, finche non passa la tempesta

Mi sono piegata così tanto che la mia schiena è diventata un ponte. Quando lo attraverserai?

(Cerchi di spostare il piede, ma il ferro non si sposta)

 

Piegati, amore, finché non passa la tempesta

Mi sono piegata così tanto che la mia schiena è diventata un punto interrogativo. Quando risponderai?

(L'agente che conduce l'interrogatorio mette un disco pieno di applausi).

 

Mahmud Darwish,
Diario di ordinaria tristezza, in Una trilogia palestinese, Milano 2014, p. 57


Darwish, insieme a Edward Said, è la voce che testimonia l'esistenza della cultura palestinese, il popolo senza patria per eccellenza, dicono. Dicono perché la terra che loro abitavano è stata concessa ad altri come risarcimento per il grande male che l'Europa aveva commesso verso di loro. Anche i curdi sono un popolo senza patria, ma non essendo legato questo spoglio, almeno direttamente, alle mani delle potenze occidentali, spesso sono dimenticati nell'elenco dei senza terra. C'è però un'altra ragione: il nostro ondivago oblio, che si ricorda dei curdi quando diventano utili alleati on the ground per dirimere conflitti in cui anche gli eserciti più forti della terra si trovano in difficoltà, è rinforzato dall'assenza delle voci di questo popolo, dalla insipienza nostra verso questa specifica cultura. Zehra Doğan si è trovata ad essere la voce più autorevole, la sintesi iconica di queste molte voci silenziate. E non è un caso che sia una donna.

L'assertività del percorso artistico, politico ed intellettuale di Zehra e delle altre si basa su un presupposto ideologico importante, che viene ripreso anche in questa importante Graphic Memoir, ovvero la gineologia (in curdo jineolojî) messa a punto dal prigioniero politico zero dell'odierno regime turco, Öcalan. Nel testo Liberare la vita - La rivoluzione delle donne pubblicato in inglese nel 2013, che comprende suoi testi precedenti al rapimento e all'arresto del 1999, l'ideologo curdo analizzava il processo antropologico che ha portato alla costruzione del patriarcato, riflettendo sull'esperienza socialista e sui suoi limiti rispetto ai processi liberatori, facendolo concludere che senza un processo completo di liberazione del femminile la libertà non può essere conseguita pienamente. 

Le sue teorie si sono tradotte in pratiche di governo e di istruzione in Rojava e anche nelle città che sono state guidate da sindaci e sindache curdi, ma soprattutto si sono innestate in una cultura, che come tutte subisce processi di trasformazione sociale che partono dalla narrazione culturale, e sono divenute una delle componenti fondamentali del pensiero politico connesso al processo di emancipazione del popolo curdo. 

 

La Scienza delle donne, come la definisce il leader del PKK, è il presupposto che sta alla base di questo libro, dell'esperienza di Zehra e delle molte altre detenute politiche e non, nelle carceri turche, ma anche siriane. Lo è nel senso che senza questa forte determinazione a prendere la parola, a dirsi protagoniste della propria vita e del cambiamento, non si capirebbe da dove emerge questa assenza profonda di vittimismo, questo ribaltare i ruoli tra vittima e carnefice. Molti commentatori l'hanno definita determinazione alla speranza, che è anche una virtù teologale connessa con la fede nella felicità eterna, ed è quindi una categoria utopistica e che pone fuori dal portato politico l'orizzonte della felicità. Non rappresenta quindi in modo corretto lo sguardo delle attiviste curde, schiettamente femministe e impegnate a costruire in questo mondo una realtà diversa.

Da quando la conosco e curo il suo lavoro d'artista, ho potuto notare quanto questa intrinseca connessione tra identità politica e fare artistico mettesse in difficoltà i suoi interlocutori occidentali. Joyce Lussu, la straordinaria mediatrice tra noi e Nazim Hikmet, scriveva di lui: Vita e poesia, azione e parola, erano legate in modo così organico e solare, che è illuminante per conoscere la sua poesia, conoscere le sue vicende. Lo stesso si può dire di Doğan, parafrasando però la parola vicende con "la cultura politica del femminismo curdo". E anche questo libro ne è testimonianza. 

Siamo di fronte ad un testo dallo straordinario valore storico, antropologico, artistico. Che si inserisce ovviamente nel filone della letteratura carceraria (che da Boezio a Marco Polo ci è nota), passando attraverso l'egiziana Nawal El Saadawi, che reclusa da Sadat nel 1981 a seguito delle sue critiche alle politiche governative non solo non smise di scrivere - Il pericolo ha fatto parte della mia vita da quando ho preso in mano una penna e ho scritto. Niente è più pericoloso della verità in un mondo che mente - ma lo fece usando qualsiasi cosa fosse a portata di mano, come ha fatto Zehra in carcere. Lo fece soprattutto senza dimenticare le altre, perché come scrive Zehra "senza le altre sei perduta" e quindi Nawal appena uscita fondò l'Associazione Arab Women Solidarity. Chiaramente c'è nella narrazione sull'enorme prigione turca sempre come riferimento Nazim Hikmet e il suo Poema dal carcere. C'è quindi un mondo di rimandi e sottili emersioni di questa linea rossa della letteratura umana reclusa che è tutta humus per questo fumetto, scritto sul retro delle lettere ricevute da un'amica attivista turca naturalizzata francese, durante il periodo di prigionia. 

 

C'è però una peculiarità che va subito riconosciuta e circoscritta, ed è che si tratta del primo fumetto realizzato in un carcere in diretta, fatto "evadere" come le opere dell'artista attraverso una rete di attivisti, realizzato quindi in stretta collaborazione con le altre e in forma mista, disegnata e scritta. C'è infatti anche una certa tradizione del fumetto carcerario, cito ad esempio In prigione del giapponese Hanawa, o Pericolose in cui la protagonista della storia Zezè è stata coadiuvata da Hermans nel renderla una Graphic, o il più letterario ma ugualmente forte e diretto Una metamorfosi iraniana di Mana Neyestani, in cui gli autori e autrici sono anche testimoni diretti dell'esperienza carceraria narrata. Tuttavia qui siamo di fronte a qualcosa di diverso, perché in tutti gli altri casi menzionati si tratta di una rielaborazione personale dell'esperienza di reclusione fatta ex post, una volta fuori dalle mura. Qui invece abbiamo il "privilegio" di entrare nelle celle della prigione 5, e in quella di Tarso, nel momento in cui Zehra disegna e scrive. Siamo di fronte a un documento storico, oltreché artistico. 

 

Mi soffermo un attimo anche su quest'ultimo aggettivo, perché anche in questo c'è un post quem, una unicità. Si tratta infatti di di un fumetto di un'artista, che al momento dell'arresto era piuttosto conosciuta per la sua attività di giornalista, per la quale aveva ricevuto il prestigioso premio Metin Göktepe nel 2015 per il suo lavoro di indagine sul campo sulle donne yazide. Il premio, ricevuto a soli 26 anni, viene conferito in memoria del giornalista omonimo, morto sotto la custodia della polizia nel 1988 e in un certo senso fu una sorta di profezia che in parte si è auto avverata. Comunque arrestata e condannata per un disegno, formata all'Accademia di Belle Arti della sua città di origine, con all'attivo alcune mostre realizzate in luoghi militanti, Zehra è diventata un'artista contemporanea in carcere attivando le sue risorse più profonde, grazie alla palestra di formazione che è la prigionia delle detenute politiche, al lavoro collettivo, a quella che ha definito "la lotta contro la pigrizia della reclusione". Appena è stata liberata, dopo aver scontato tutti i giorni previsti dalla sentenza, è dovuta andare in esilio volontario e a Londra la aspettava una istallazione alla Tate Gallery. Nel giro di poco tempo è stata acclamata come una dei 100 artisti più influenti al mondo.

 

Conosciamo l'intrinseco senso di colpa che il modo del fumetto e dei fumettisti si portano addosso da sempre, per il quale è sempre opportuno puntualizzare che malgrado facciano fumetti, sono artisti, oppure che "ricordiamoci che il fumetto è arte", e via dicendo. Ecco, il libro di Zehra spiazza per questo, perché non si tratta come spesso è successo di un passaggio dal fumetto all'Arte (spesso senza ritorno, vedi ad esempio Marjane Satrapi oppure per rimanere in ambito italiano, Marcello Jori) perché il ritorno all'arte sequenziale viene visto come una condanna. Non voglio con questo dimenticare la stagione che va dai Metal Hurlant a quello che Francesca Alinovi definì il nuovo fumetto italiano, un momento di inestricabile energia e di ricerca che ancora non ha dissipato le sue particelle atomiche. Che sembrano tutte esplodere nelle pagine di questa Graphic, che non a caso esce in contemporanea in Francia e in Italia, creando come una saldatura di vicende artistiche che sembrano trovare una sintesi in questa opera. Doğan intuisce quello che è stato, pur non conoscendolo materialmente, provenendo da un paese che ha una importantissima tradizione di fumetto popolare, alternativa e di ricerca, che ha seguito però strade sostanzialmente proprie. Raccoglie queste intuizioni, creando pagine che sembrano combaciare con quanto sempre Alinovi scriveva proprio di Jori su Flash Art nel 1982, quando parlava di penetrazione, attraverso cunicoli ramificati come arterie di sangue, dentro al grembo della terra-utero materno. Una definizione che sembra perfetta per queste pagine.

 

Vorrei aggiungere infine un'ultima osservazione: questo libro è pieno di nomi e cognomi, di chi ha attraversato per colpa delle proprie idee, le porte della galera. Credo non sia un caso che sia edito proprio da Becco Giallo che è stata la prima casa editrice a dedicare una finestra importante, utilizzando il fumetto, alle vite e quindi ai nomi e ai cognomi di chi si è dedicato alla verità e giustizia. Così, come si fa nel primo giorno di primavera con Libera e che coincide con il Newroz, il capodanno curdo, ripetiamo questi nomi insieme al libro, in una forma di liturgia laica che preservi il senso di queste e questi testimoni dimenticati. La schiena di Zehra e le altre è una freccia, un ponte e un punto interrogativo per tutte noi.

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Zehra Doğan’ın çizgi romanı “5 No’lu cezaevi”, iki dilden yayınlandı


 

Courbe-toi, mon amour, le temps que passe la bourrasque.

Je me suis tellement penché que mon dos est devenu un arc. Quand vas-tu tirer ta flèche ?

(Tends la main et trouve une poignée de farine)

Courbe-toi, mon amour, le temps que passe la bourrasque.

Je me suis tellement penché que mon dos est devenu un pont. Quand le traverseras-tu ?

(Tu essaies de bouger ton pied, mais le fer ne bouge pas)

Courbe-toi, mon amour, le temps que passe la bourrasque.

Je me suis tellement penché que mon dos est devenu un point d’interrogation. Quand vas-tu répondre ?

(L’agent qui mène l’entretien fait un record d’applaudissements).

Mahmud Darwish

Journal d’une tristesse ordinaire.


Darwish’in, Edward Said ile birlikte, vatansız Filistinlilerin kültürlerinin varlığına tanıklık eden ses olduğu söylenir. Öyle ki yaşadıkları toprakların Avrupa’nın işlediği büyük kötülüğün tazminatı olarak başkalarına verildiğini söylüyorlar.

Aynı şekilde Kürtler de vatansız bir halk olsalar da, Batılı güçlere bu şekilde direkt olarak bağlı olmadıkları için, çoğunlukla topraksızlar listesinde unutuluveriyorlar. Ancak başka bir neden daha var: sarsak hafızamız. Dünyanın en güçlü ordularının bile zorlandığı çatışmaları çözmek için sadece sahada yararlı müttefikler haline geldiklerinde Kürtleri anımsayan hafızamız. Bu halkın seslerini duymayışımızla, bu kültüre karşı olan umursamazlığımızla birleştiğinde daha da sarsaklayan hafızamız.

Zehra Doğan, bu sessizleştirilen seslerin ikonik bir sentezi olan en yetkili ses olduğunu gösterdi. Bu sesin kadın olması tesadüf değil.

Zehra’nın ve diğerlerinin iddialı sanatsal, siyasi ve entelektüel yolculukları bu önemli Graphic Memoir’da (Grafik Hafıza) da görülebileceği üzere Türkiye’de siyasi mahkum olan Öcalan’ın geliştirdiği jineolojî gibi önemli bir ideolojik temele dayanıyor. Kürt ideolog, 1999 yılında kaçırılma ve tutuklanmasından önce kaleme aldığı 2013 yılında İngilizce olarak yayınlanan Liberating Life: Woman’s Revolution (Özgür Yaşam – Kadınların Devrimi) metninde, ataerkilliğin inşasına yol açan antropolojik süreci analiz ediyordu. Sosyalist deneyim ve özgürleştirici süreçlere ilişkin sınırlar hakkında derinlemesine incelemeleri onun, kadının özgürleşme süreci olmadan özgürlüğün tam olarak elde edilemeyeceği sonucuna varmasına neden oldu.

Teorileri, Rojava’da ve diğer Kürt belediye başkanları tarafından yönetilen illerde, yönetim ve eğitim uygulamalarına dönüştü. Ancak her şeyden önce, tüm kültürel anlatılardan yola çıkan toplumsal dönüşümlerde olduğu gibi kültürün içine enjekte oldular. Böylece, Kürt halkının özgürleşme süreciyle bağlantılı olan siyasi düşüncenin temel bileşenlerinden biri haline geldiler.

PKK liderinin tanımladığı şekliyle Kadın Bilimi, Zehra’nın ve Türkiye’de ya da Suriye’de, diğer birçok siyasi ve siyasi olmayan mahkumun deneyimlerinin yanı sıra aynı zamanda bu kitabın altında yatan temel varsayımdır. Bu varsayımı anlamadan, kadınların kendi hayatlarının ve değişimin baş kahramanları olduklarını söylemek için bu güçlü kararlılığın, kurban ve cellat rollerini altüst ederek kurban olmayı reddeden anlayışın nereden geldiğini göremeyiz. Pek çok eleştirmen bunu sonsuz mutluluk inancıyla bağlantılı teolojik bir erdem olan, bu nedenle mutluluğun ufkunu siyasi erişimin dışına çıkaran ve ütopik bir kategori olan umut kararlılığı olarak tanımladı. Bu, sonuna kadar feminist olan ve bu dünyada farklı bir gerçeklik inşa etmeye kararlı olan Kürt aktivistlerin bakışlarını doğru bir şekilde temsil etmiyor.

Onu ilk tanıdığım zamandan ve bir sanatçı olarak çalışmalarıyla ilgilendiğimden beri, siyasi kimlik ile sanatsal davranış arasındaki bu içsel bağlantının Batılı muhataplarını ne kadar zor durumda bıraktığını fark ettim. Nazım Hikmet ile aramızdaki olağanüstü aracı Joyce Lussu onun hakkında şunları yazmıştı: “Hayat ve şiir, eylem ve söz öylesine organik ve parlak bir şekilde birbirine bağlıydı ki hikayelerini bilmek sırlarını anlamak için aydınlatıcı oluyordu”. Hikaye sözcüğünü “Kürt feminizminin siyasal kültürü” ile değiştirirsek Zehra için de aynı şey söylenebilir.

Ve bu kitap tam da buna tanıklık ediyor.

Olağanüstü tarihsel, antropolojik ve sanatsal değeri olan, hapishane edebiyatı (Boethius’tan Marco Polo’ya), türünde bir eserle karşı karşıyayız. 1981’de Sadat tarafından hükümet politikalarına yönelik eleştirilerinin ardından hapsedilen Mısırlı Nawal El Saadawi’nin “Tehlike, elime bir kalem alıp yazdığımdan beri hayatımın bir parçası oldu. Yalan söyleyen bir dünyada hiçbir şey gerçeklerden daha tehlikeli değildir” diyerek eline geçen herhangi bir şeyle yazmaya devam ettiği gibi Zehra da aynı şekilde hapishanede üretmeye devam etti. Her şeyden önce diğerlerini unutmadan yaptı, çünkü Zehra’nın yazdığı gibi “diğerleri olmadan, kaybolursun”. Nawal da dışarı çıkar çıkmaz Arap Kadınları Dayanışma Derneği’ni kurdu.

Büyük Türk hapishanesiyle ilgili anlatılarda genellikle referans olarak Nazım Hikmet ve onun hapishanedeki şiiri vardır. Zehra’nın da hapishane döneminde Fransız vatandaşlığına geçmiş bir Türk aktivist arkadaşından aldığı mektupların arkasında bu çizgi romana zemin hazırlayan zindan edebiyatının kırmızı çizgisinin çapraz referansları ve ince yayılımları var.

Bununla birlikte, bu eserin hemen söylenmesi gereken türünün tek örneği, kendine has bir özelliği var: sanatçının çalışmalarının aktivistler ağı aracılığıyla “kaçırılmak” üzere hapishanede canlı olarak yapılan, dolayısıyla diğer kadınlarla beraber, yakın işbirliği içinde yaratılan ilk çizgi roman olması.

Aslına bakılırsa, buna benzer bir hapishane çizgi roman geleneği de var. Alıntılamam gerekirse Hanawa, “Hapishanede” veya “Tehlikeliler” (Pericolose) eserinde olduğu gibi hikayenin kahramanı Zezè’nin bir çizgi romana dönüştürülmesi için Hermans’tan yardım almıştır, ya da aynı derecede güçlü ama daha edebi bir eser olan ve yazarlarının aynı zamanda anlatılan hapishane deneyiminin doğrudan tanıkları olduğu Mana Neyestanı’nın “Bir İran Başkalaşımı” adlı eseri örnek verilebilir.

Yalnız, burada farklı bir şeyle karşı karşıyayız, çünkü bahsi geçen diğer tüm örneklerde mahkumiyet deneyiminin kişisel olarak yeniden işlenmesi dışarıya çıktıktan sonra yapılmıştır. Burada ise Zehra yazıp çizerken Tarsus’taki 5 No’lu cezaevinin hücrelerine girme “ayrıcalığına” sahibiz. Karşımızda sanatsal bir eserin ötesinde tarihi bir belge bulunmakta.

Bu son kullandığım sıfat üzerinde bir an için duruyorum, çünkü bunda bile bir milat tarihi, eşi benzeri olmayan bir durum var. Aslında, tutuklandığı sırada gazeteci olarak faaliyet göstermesiyle tanınan ve 2015 yılında Ezidi kadınlarıyla ilgili saha çalışmasından dolayı prestijli Metin Göktepe ödülünü almış bir sanatçının çizgi romanı. 26 yaşında aldığı bu ödül, 1995 yılında polis nezaretinde hayatını kaybeden aynı isimdeki gazetecinin anısına verildi ve bir nevi kısmen gerçekleşen bir kehanet oldu. Kendi şehrindeki Güzel Sanatlar Akademisinde aldığı eğitim sonrası yaptığı resim nedeniyle tutuklanıp hüküm giyen Zehra, siyasi tutukluların oluşturduğu formasyon, kolektif çalışma, ve “hapis tembelliği ile mücadele” çabaları sayesinde en derin kaynaklarını harekete geçirerek cezaevinde çağdaş bir sanatçı haline geldi. Tahliye edilir edilmez, cezanın öngördüğü tüm günleri bitirdikten sonra, gönüllü sürgüne gitmek zorunda kaldı ve Londra’ya gittiğinde Tate Galerisi’nde bir enstalasyon onu bekliyordu. Kısa sürede dünyanın en etkili 100 sanatçısından biri olarak kayıtlara geçti.

Çizgi roman ve karikatürist dünyasının her zaman taşıdığı içsel suçluluk duygusunu biliyoruz, bunun için çizgi roman yapmalarına rağmen sanatçı olduklarını veya “çizgi romanın sanat olduğunu hatırlayalım”.

Zehra’nın kitabı bu yüzden hayrete düşürüyor, çünkü daha çok karşılaştığımız çizgi romandan sanata geçiş söz konusu değildir (genellikle geri dönüşü yoktur, örneğin Marjane Satrapi böyledir veya İtalya’dan bir örnek olarak Marcello Jori düşünülebilir) çünkü ardıl sanat bir ceza olarak görülür. Bununla, Metal Hurlant ile başlayan ve Francesca Alinovi’nin yeni İtalyan çizgi romanı olarak adlandırdığı döneme uzanan, içinden çıkılmaz bir enerji ve henüz atomik parçacıklarını tamamıyla dağıtmamış araştırmayı unutmak istemem.

Bu çizgi romanın sayfalarında patlama yaşıyormuş gibi görünen, ve hiç de tesadüf olmayan bir şekilde aynı anda Fransa ve İtalya’da ortaya çıkması sanatsal olayların kombinasyonlarının bu çalışmada bir sentez bulmuş olduğunu gösteriyor.

Zehra tüm bu bahsedilenlerle materyel olarak tanışmamış bile olsa, kendi yolunu izleyen alternatif ve araştırmacı bir popüler çizgi roman geleneğine sahip bir ülkeden geldiği için tüm bunları seziyor. Zehra da önsezilerini derlediği bu eseri, sanki Alinovi’nin 1982’de Flash Art‘ta Jori hakkında yazarken, “kan damarları gibi dallanmış tüneller aracılığıyla doğanın ve ana rahmine penetrasyonunu” anlattığı sayfalarla uyuşurcasına yaratıyor. Bu sayfalar için mükemmel görünen bir tanım.

Son olarak, nihai bir gözlemi de eklemek isterim: Bu kitap, düşünceleri nedeniyle hapishane kapılarından geçenlerin isim ve soyisimleriyle dolu. Çizgi romanlar aracılığıyla hayatlarını hakikat ve adalete adamış olanların ad ve soyadlarına önemli bir yer ayıran ilk yayınevi olarak Becco Giallo tarafından yayınlanması tesadüf değil diye düşünüyorum.

Böylelikle, Kürtlerin Yeni Yılı Newroz’la çakışan Libera ile ilkbaharın ilk gününde yapıldığı üzre, bu isimleri, unutulmuş kadın ve erkek tanıkların taşıdığı anlamı koruyan seküler bir ayın biçiminde kitapla birlikte tekrarlıyoruz.

Zehra’nın sırtı ve diğerleri hepimiz (tüm kadınlar) için bir ok, bir köprü ve bir soru işaretidir.

Elettra Stamboulis

Çeviri Orkide
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Zehra Doğan • La prison N°5, dessins évadés


Courbe-toi, mon amour, le temps que passe la bourrasque.

Je me suis tellement penché que mon dos est devenu un arc. Quand vas-tu tirer ta flèche ?

(Tends la main et trouve une poignée de farine)

Courbe-toi, mon amour, le temps que passe la bourrasque.

Je me suis tellement penché que mon dos est devenu un pont. Quand le traverseras-tu ?

(Tu essaies de bouger ton pied, mais le fer ne bouge pas)

Courbe-toi, mon amour, le temps que passe la bourrasque.

Je me suis tellement penché que mon dos est devenu un point d’interrogation. Quand vas-tu répondre ?

(L’agent qui mène l’entretien fait un record d’applaudissements).

 

Mahmud Darwish

Journal d’une tristesse ordinaire.


Darwish est, avec Edward Said, la voix qui témoigne de l’existence de la culture palestinienne, le peuple sans patrie par excellence, disent-ils. Ils disent que c’est parce que la terre qu’ils habitaient a été accordée à d’autres, en compensation du grand mal que l’Europe avait commis à leur égard.

Les Kurdes, eux aussi, sont un peuple sans patrie, mais comme cette dépossession n’est pas liée, du moins pas directement, aux mains des puissances occidentales, ils sont souvent oubliés dans la liste des sans-terre. Mais il y a une autre raison : notre oubli errant, se souvenant des Kurdes lorsqu’ils deviennent des alliés utiles sur le terrain pour régler des conflits dans lesquels même les armées les plus fortes de la planète se trouvent en difficulté, est renforcé par l’absence de voix entendues de ce peuple, par notre insipidité envers cette culture spécifique. Zehra Doğan s’est trouvée être la voix la plus autorisée, la synthèse iconique de ces nombreuses voix réduites au silence. Et ce n’est pas un hasard si c’est une femme.

L’affirmation du parcours artistique, politique et intellectuel de Zehra et des autres, repose sur une prémisse idéologique importante, qui est également reprise dans cet important Mémoire graphique, à savoir la ginéologie (en kurde jineolojî) développée par le prisonnier politique zéro du régime turc actuel, Öcalan. Dans le texte Libérer la vie – La révolution des femmespublié en français en 2013, qui reprend ses textes antérieurs à son enlèvement et à son arrestation en 1999, l’idéologue kurde a analysé le processus anthropologique qui a conduit à la construction du patriarcat, en réfléchissant à l’expérience socialiste et à ses limites par rapport aux processus libératoires, ce qui l’amène à conclure que sans un processus complet de libération du féminin, la liberté ne peut être pleinement atteinte.

Ses théories ont été traduites en pratiques de gouvernement et d’éducation, au Rojava, et aussi dans les villes qui ont été dirigées par des maires et des mairesses kurdes, mais surtout, elles ont été greffées dans une culture, qui, comme toutes, subit des processus de transformation sociale qui partent du récit culturel, et sont devenues l’une des composantes fondamentales de la pensée politique liée au processus d’émancipation du peuple kurde.

La science des femmes, telle que la définit le leader du PKK, est le présupposé qui est à la base de ce livre, de l’expérience de Zehra et de celle des nombreuses autres prisonnierEs politiques et non politiques dans les prisons turques et syriennes. Elle l’est dans le sens où, sans cette forte détermination à prendre la parole, à dire qu’il/elles sont les protagonistes de leur propre vie et du changement, nous ne comprendrions pas d’où émerge cette absence profonde de victimisation, cette inversion des rôles entre victime et auteur. De nombreux commentateurs l’ont défini comme une détermination à espérer, qui est aussi une vertu théologique liée à la foi dans un bonheur éternel, et qui est donc une catégorie utopique qui place l’horizon du bonheur en dehors de la sphère politique. Il ne représente donc pas correctement la vision des militants kurdes, qui sont ouvertement féministes et engagées dans la construction d’une réalité différente dans ce monde.

Depuis que je la connais et que je m’intéresse à son travail d’artiste, j’ai remarqué à quel point ce lien intrinsèque entre identité politique et création artistique pose des difficultés à ses interlocuteurs occidentaux. Joyce Lussu, l’extraordinaire médiatrice entre nous, avec Nazım Hikmet, a écrit à son sujet : “La vie et la poésie, l’action et la parole, étaient liées de manière si organique et solaire qu’il est éclairant de connaître sa poésie, de connaître ses histoires”. On peut cependant dire la même chose de Zehra Doğan, qui paraphrase le mot vicissitudes par “la culture politique du féminisme kurde”.

Et ce livre en témoigne également.

Il s’agit d’un texte d’une valeur historique, anthropologique et artistique, extraordinaire. Évidemment, il s’inscrit dans la mouvance de la littérature carcérale (que l’on connaît de Boèce à Marco Polo), en passant par l’Égyptienne Nawal El Saadawi, qui a été emprisonnée par Sadate en 1981, suite à ses critiques des politiques gouvernementales, et qui, non seulement n’a pas cessé d’écrire – Le danger fait partie de ma vie depuis que j’ai pris un stylo et écrit. Rien n’est plus dangereux que la vérité dans un monde qui ment – mais l’a fait en utilisant tout ce qui lui tombe sous la main, comme Zehra l’a fait en prison. Elle l’a fait surtout sans oublier les autres, car, comme l’écrit Zehra, “sans les autres, on est perdu” et c’est ainsi que Nawal, dès qu’elle est sortie, a fondé l’Association de solidarité des femmes arabes.

Il est clair qu’il y a, dans la narration de l’énorme prison turque, toujours comme une référence à Nazim Hikmet et son Poème de la prison. Il y a donc un monde de références et de subtiles émergences de cette ligne rouge de la littérature humaine carcérale, qui est tout l’humus de cette BD, écrite pendant la période d’emprisonnement au dos de lettres reçues d’une amie turque militante, naturalisée française.

Il y a cependant une particularité qu’il faut immédiatement reconnaître et circonscrire. Il s’agit de la première bande dessinée réalisée en direct d’une prison, “échappée” comme le fait l’artiste à travers un réseau d’activistes, réalisée donc en étroite collaboration avec les autres, et sous forme mixte, dessinée et écrite.

En effet, il existe également une certaine tradition de bandes dessinées de prison, par exemple Dans la prison du japonais Hanawa, ou La ballade des dangereuses dans laquelle la protagoniste de l’histoire, Zezè, a été assistée par Hermans pour en faire un livre graphique, ou encore Une métamorphose iranienne de Mana Neyestani, plus littéraire, mais tout aussi forte et directe, dans laquelle les auteurs sont également des témoins directs de l’expérience carcérale racontée.

Cependant, nous sommes ici face à quelque chose de différent, car dans tous les autres cas mentionnés, il s’agit d’une ré-élaboration personnelle de l’expérience de l’emprisonnement faite après coup, une fois hors des murs. Ici, au contraire, nous avons le “privilège” d’entrer dans les cellules de la Prison N°5, et dans celle de Tarse, au moment où Zehra dessine et écrit. Nous sommes face à un document historique, ainsi qu’à un document artistique.

Je vais m’attarder un instant sur ce dernier adjectif, car il y a là aussi un post quem, une singularité. Il s’agit en fait d’une bande dessinée réalisée par une artiste, qui, au moment de son arrestation, était plutôt connue pour son travail de journaliste, pour lequel elle avait reçu le prestigieux prix Metin Göktepe en 2015 pour son travail de terrain enquêtant sur les femmes yézidies. Ce prix, reçu alors qu’elle n’avait que 26 ans, est décerné à la mémoire du journaliste du même nom, mort en garde à vue en 1988 et, d’une certaine manière, il s’agissait en partie d’une sorte de prophétie auto-réalisatrice. Pourtant, arrêtée et condamnée pour un dessin, formée à l’Académie des Beaux-Arts de sa ville natale, avec quelques expositions organisées dans des lieux militants, Zehra est devenue une artiste contemporaine en prison, activant ses ressources les plus profondes, grâce au gymnase de formation qu’est l’emprisonnement des prisonniers politiques, au travail collectif, à ce qu’elle appelle “la lutte contre la paresse de l’emprisonnement”. Dès qu’elle a été libérée, après avoir purgé tous les jours prévus par la sentence, elle a dû s’exiler volontairement et, à Londres, une installation à la Tate Gallery l’attendait.

En peu de temps, elle a été acclamée comme l’une des 100 artistes les plus influentEs du monde.

Nous connaissons le sentiment intrinsèque de culpabilité que le monde de la bande dessinée et des dessinateurs a toujours porté, pour lequel il est toujours opportun de rappeler que, malgré le fait qu’ils fassent de la bande dessinée, ils sont des artistes, ou le “rappelons-nous que la bande dessinée est un art”, etc.

C’est pourquoi le livre de Zehra est si surprenant, car il ne traite pas, comme cela a souvent été le cas, du passage de la bande dessinée à l’art (souvent sans retour, voir par exemple Marjane Satrapi ou, pour rester dans la sphère italienne, Marcello Jori) car le retour à l’art séquentiel est perçu comme une condamnation. Je ne veux pas avec cela oublier la saison qui va de Métal Hurlant à ce que Francesca Alinovi a défini comme la nouvelle bande dessinée italienne, un moment d’énergie inextricable et de recherche, qui n’a pas encore dissipé ses particules atomiques.

Tous semblent exploser dans les pages de ce livre graphique, qui ne sort pas par hasard en même temps en France et en Italie, créant comme une soudure d’événements artistiques qui semblent trouver une synthèse dans cet ouvrage.

Zehra Doğan, dans son rapport à la BD, en a la perception, même si elle ne le sait pas matériellement, venant d’un pays qui a une très importante tradition de caricature populaire, alternative et de recherche, qui a cependant suivi ses propres chemins. Elle reprend ces intuitions, créant des pages qui semblent correspondre à ce qu’Alinovi écrivait sur Jori dans Flash Art en 1982, quand il parlait de pénétration, à travers des tunnels ramifiés comme des artères de sang, dans le ventre de la terre mère. Une définition qui semble parfaite pour ces pages.

Je voudrais ajouter une dernière observation : ce livre est rempli de noms et de prénoms, de ceux qui, à cause de leurs idées, ont franchi les portes de la prison. Je pense que ce n’est pas un hasard s’il est publié par Becco Giallo, qui a été la première maison d’édition à consacrer une fenêtre importante, par le biais de la bande dessinée, à la vie et donc aux noms et prénoms de ceux qui se sont consacrés à la vérité et à la justice.

Ainsi, comme nous le faisons le premier jour du printemps avec Libera et qui coïncide avec le Newroz, le nouvel an kurde, nous répétons ces noms en même temps que le livre, dans une forme de liturgie séculaire qui préserve le sens de ces témoins oubliés.

Le dos de Zehra et des autres est une flèche, un pont et un point d’interrogation pour nous touTEs.

Elettra Stamboulis

Avremo anche giorni migliori. Zehra Doğan. Opere dalle carceri turche

Fondazione Brescia Musei

Comune di Brescia

presentano

 

Avremo anche giorni migliori.

Zehra Doğan. Opere dalle carceri turche

 

a cura di Elettra Stamboulis

Museo di Santa Giulia

16 novembre 2019 – 6 gennaio 2020

Anteprima stampa: venerdì 15 novembre, ore 11.30

Opening: venerdì 15 novembre, dalle 19.00 alle 21.00

 

«Gli occhi dei personaggi che disegno sono più grandi del normale. Sono estremamente aperti e grandi. Perché gli occhi sono testimoni di tutto... Parlare non basta, lo so già. Sono gli occhi dei personaggi che raccontano ogni cosa»

Zehra Doğan

Il Comune di Brescia e la Fondazione Brescia Musei, diretta da Stefano Karadjov, presentano per la prima volta in Italia, nella cornice del Museo di Santa Giulia, una personale dell’artista e giornalista curda Zehra Doğan (Diyarbakir, Turchia, 1989). 

 

“Avremo anche giorni migliori – Zehra Doğan. Opere dalle carceri turche” è un progetto originale curato da Elettra Stamboulis e costituisce la prima mostra di impianto critico curatoriale dedicata all’opera della fondatrice dell’agenzia giornalistica femminista curda “Jinha” e sarà aperta al pubblico da sabato 16 novembre 2019 al 6 gennaio 2020. Dopo il grande successo della performance organizzata lo scorso maggio presso la Tate Modern di Londra, città in cui Zehra Doğan ha scelto provvisoriamente di vivere il proprio esilio, l’artista è ora protagonista a Brescia di una potente esposizione, in occasione della sua partecipazione al Festival della Pace, organizzato dal Comune di Brescia e dalla Provincia di Brescia.

 

L’arte di questa artista si interseca e intreccia con la vicenda personale e, inevitabilmente, con i drammatici eventi politici della più stringente attualità. La mostra fa luce sulla sua poetica, affrontandone le tematiche e i motivi ricorrenti, evidenziandone la complessità linguistica e mostrando l’ampia gamma di supporti e tecniche utilizzate per produrre opere d’arte: oggetti inconsueti, estremamente fragili, ma di grande potenza espressiva. 

l percorso espositivo concepito da Elettra Stamboulis riunisce circa 60 opere inedite, tra disegni, dipinti e lavori a tecnica mista, che interessano tutto il periodo della detenzione dell’artista nelle carceri di Mardin, Diyarbakir e Tarso, dove Zehra è stata rinchiusa per 2 anni, nove mesi e 22 giorni con l’accusa di propaganda terrorista per aver postato su Twitter un acquarello tratto da una fotografia scattata da un soldato turco. Questo disegno digitale mostrava la città di Nusaybin distrutta dall’esercito nazionale nel giugno 2016 con le bandiere issate e trionfanti, e i blindati trasformati in scorpioni.  

Accanto alle immagini, anche brani del diario scritto durante la prigionia. Si tratta di riflessioni in cui Zehra Doğan più volte fa riferimento ad artisti che nel corso della storia hanno manifestato il proprio dissenso senza pagarne, almeno apparentemente, le conseguenze e a quegli artisti che invece si rifiutano di prendere una posizione.

 

La mostra dà conto della necessità irrefrenabile di produrre e raccontare non tanto la propria, quanto l’altrui condizione con l’immagine e la parola. Dalla carta di giornale alle stagnole dei pacchetti di sigarette, dagli indumenti di uso comune ai frammenti di tessuto: ne emerge una amplissima gamma di strumenti e materiali, spesso legata alle particolari contingenze entro le quali le opere hanno trovato vita. Qualunque elemento tratto dal quotidiano incorre nella creazione, come il caffè, gli alimenti, il sangue mestruale o i più tradizionali pastelli e inchiostri, quando reperibili. 

Una prima sezione della mostra è dedicata alle macchie, forme generatesi dalla casuale sovrapposizione di materiale a un supporto scelto in quel momento come superficie creativa. A partire dalle macchie l’artista delinea un immaginario simbolico, dominato dalla figura umana sintetizzata nell’esaltazione di alcune componenti specifiche come gli occhi, le mani e gli attributi della femminilità. La figura femminile, quale singolo individuale o corpo collettivo, costituisce la seconda sezione di questo itinerario. Attivista femminista, tra i primi giornalisti internazionali ad avere raccolto le testimonianze delle donne Yazide scampate all’ISIS, Doğan dedica alla rappresentazione della donna la parte più vasta della propria produzione. 

Il corpo rientra nella rappresentazione politica con scene di guerra in cui di nuovo incorre la predominanza della presenza femminile, a sottolineare come la prima delle battaglie da vincere sia quella contro il patriarcato. Pablo Picasso, quello di “Guernica” e dell’elaborazione di un linguaggio specifico della disperazione è, nelle parole dell’artista stessa, il punto di riferimento fondamentale per definire una narrativa del dolore. 

Conclude la mostra un nucleo di opere create dopo l’esperienza in carcere. 

Zehra Doğan è stata rilasciata il 24 febbraio 2019. La sua storia di artista dissidente ha da subito raccolto l’interesse e la solidarietà del mondo dell’arte internazionale, tanto che Ai Weiwei le ha scritto una lettera personale e, lo scorso anno, Banksy le ha dedicato il più ambito dei muri di Manhattan, il Bowery Wall, con un’opera che la raffigura dietro le sbarre, mentre impugna la sua arma più potente: una matita. In tutto questo periodo, l’artista non ha mai cessato la propria attività artistica e giornalistica, realizzando opere con materiale di recupero, collaborando con le compagne detenute nella costruzione di immagini e nella realizzazione di un giornale di bordo che documentasse la loro detenzione. 

 

La mostra “Avremo anche giorni migliori - Zehra Doğan. Opere dalle carceri turche” è affiancata da un ricco programma di attività di approfondimento per il pubblico adulto, per le famiglie e le scuole, a cura dei Servizi educativi della Fondazione Brescia Musei. Tra questi appuntamenti, anche un incontro aperto al pubblico in mostra con l’artista, in calendario sabato 23 novembre alle 16.00.

 

La mostra è resa possibile grazie all’impegno del web magazine Kedistan (“Il Paese dei gatti” in turco) che ha curato il salvataggio e il trasporto delle opere di Zehra Doğan dalla Turchia e che si occupa dell'archivio dell'artista e di Associazione Mirada, partner del progetto.

 

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Rassegna stampa

  • E. Bordignon, Zehra Dogan, la speranza nello spirito della resistenza, Intervista con la curatrice Elettra Stamboulis, ATP Diary, 6 dicembre 2019, Link
  • A. Quattordio, Zehra Dogan e l'orrore delle carceri turche, Artribune, 28 novembre 2019, Link
  • V. Tosoni, Zhera, che dipinge con il sangue, TuttoMilano, 28 novembre 2019
  • L. Merlini, Storie di donne e carceri, Zehra Dogan in mostra a Brescia, Aksanews, 27 novembre 2019, Link
  • Radio Rai Suite, intervista a Elettra Stamboulis, 25 novembre 2019, Link
  • TGR Lombardia, 24 novembre 2019, Link
  • M. Gandini, Le memorie dipinte dal carcere di Zehra Dogan, La Stampa, 23 novembre 2019
  • F. Buzio Negri, Le opere fragili di Zehra, giornalista curda in carcere, La Prealpina, 22 novembre 2019
  • Brescia, l'artista curda Zehra Dogan in mostra con le opere che raccontano la sua esperienza nelle carceri turche, Finestre sull'arte, 18 novembre 2019, Link
  • B. Torresin, Con la turca Dogan la prigione si fa arte, Robinson La Repubblica, 16 novembre 2019
  • Zehra Dogan, Alias Suppl. de Il Manifesto, 16 novembre
  • Brescia, la curda Zehra Dogan a Santa Giulia, Avvenire, 16 novembre
  • S. Airoldi, L'agenda delle mostre da vedere questa settimana, Elle Decor, 15 novembre 2019, Link
  • V. Tosoni, Dipingere con il sangue. L'arte politica dal carcere di Zehra Dogan, 15 novembre 2019, Link
  • Zehra Dogan, Avremo anche giorni migliori. Opere dal carcere, Exibart, 15 novembre 2019, Link
  • Avremo anche giorni migliori, Zehra Dogan. Opere dalle carceri turche a Brescia, Hestetika, 15 novembre 2019, Link
  • F. Greco, Dal carcere al museo: debutta in Italia l'opera di Zehra Dogan, Arte.it, 14 novembre 2019, Link