11 December 2025 | 25 January 2026
The exhibition space is at 15 Karori & 4 Voreou, Athens, with opening hours: Wednesday 16:00-21:00, Thursday to Saturday 11:00-21:00, Sunday 11:00-15:00.
Curated by Elettra Stamboulis, with the support of Danae Stratou and Doris Hakim.
Artists: Malak Mattar, Shareef Sarhan, Basel Zaraa, Hani Zurob, Sharif Waked, Larissa Sansour, Shada Safadi, Mohammad Saba'aneh, Duaa Qishta, Manal Mahamid, Doris Hakim, Rana Bishara, Bayan Abu Nahla, Mahasen Al-Khateeb. Shadi Alzaqzouq, Mahmoud Alhaj, Raed Issa, Monther Jawabreh, Mohammed Joha and Amer Shomali.
The exhibition addresses the resilience of Palestinian art in the face of the ongoing violence that Palestine and its people endure, and at the same time, the
invaluable role of art in preserving the cultural identity of the Palestinian land and its people, in response to the Genocide.
In the midst of a humanitarian emergency, in this era where genocide seems to go unchecked, art cannot remain silent.
This is why the exhibition All Eyes on Palestine is urgent and necessary. The generation of artists born between the two Intifadas expresses an artistic quality that needs to be recognized and named.
Contemporary Palestinian art exists—even if often confined to the diaspora. A colonial attitude, in many forms, censors its existence, naming the countries where the artists were born while erasing their origins, or simply silencing their voices, as recently happened at the Whitney Museum.
The exhibition will be hosted in Athens, in the historical center of the city, where since the 6th century BC, the soul of encounter, commerce, and exchange—the agora—has lived. The space is a
restored neoclassical building, generously offered by its owners for this purpose.
The three curators—Elettra Stamboulis (curator and writer), Danae Stratou (artist), and Doris Hakim (Greek-Palestinian artist)—have selected 15 artists whose clear-sighted and poetic perspectives
of the Palestinian reality are expressed through diverse visual media, ranging from comics and painting to installation and performance.
The working team, promoted by mέta (The Centre for Post Capitalist Civilisation), is a cultural institution whose advisory board includes figures such as Noam Chomsky, Shirin Neshat, Brian Eno,
and Yanis Varoufakis, is made up of professionals who have mobilized out of passion for this cause.
We are asking for your support to realize this project and to enable it to travel across Europe and beyond. Art, with its power that transcends language, allows a vital message to be communicated—one that can no longer be postponed.
Palestinian art exists.
It’s time for Palestine to exist as well.
Here is a list of the confirmed artists for the “All Eyes on Palestine” event:
un workshop e una performance di
ΜΑRY ZYGOURI
con gli ospiti della cooperativa La Rondine di Brescia
A cura di Elettra Stamboulis
Nike è una figura femminile che spesso tiene in mano corone, lacci e palme per incoronare i vincitori: Nike sostiene, dal punto di vista ideologico, l’idea di vita intesa come sfida, prova o anche gara. Le forme nelle quali la tradizione ce l’ha consegnata ce la mostrano come elemento ineludibile del percorso vitale. Pausania ci racconta che sull’Acropoli era presente una Nike senza ali. Il significato di questa strana raffigurazione era che in questo modo la statua, e quindi il significato che essa intrisecamente individuava, non se ne sarebbe mai andata dalla città di Atene. Invece la dea Vittoria (Victoria in latino – assimilata a Bellona) anch’essa classicamente alata, era profondamente legata al concetto di vincita in guerra, rappresentava al contempo la possibile felicità per i vivi e i morti, ed era così venerata che durante il corteo delle statute al Circo Massimo, apriva la processione, seguita dagli altri dei. Era spesso presente come dono riparatore nell’arte funeraria e la sua allegoria richiamava la possibilità dell’immortalità nella virtù. L’iconografia non scompare con l’arte paleocristiana, anzi si tramuta proprio a partire dalla versione romana, nell’angelo che tiene la croce e spesso tiene il globo.
A partire dalla presenza della Vittoria alata conservata e recentemente riconsegnata alla visione del pubblico nei Musei di Santa Giulia, l’artista greca Mary Zygouri ha progettato un workshop con gli ospiti della cooperativa La Rondine per adulti con bisogni speciali che mira a ricreare significati, a partire da questi archetipi iconografici, a partire dalla presenza di questa dea nel museo, che sembra con il suo gesto accogliere lo sguardo degli spettatori, facendo interagire i corpi e gli sguardi dei partecipanti. La vittoria alata, la nike senza ali, gli angeli come segni di una possibile vittoria in un tempo che deve ancora venire, e noi con i nostri corpi, in attesa di nuove ali per sperimentare quella che può essere una possibile vittoria.
Zygouri, dopo una settimana di preparazione fisica ed emotiva con il gruppo di 12 partecipanti, individuati dalla cooperativa, presenterà insieme a loro l’esito del processo, ma anche la sua suggestiva visione interpretativa della dea, nel chiostro settentrionale del Museo alle ore…
Lo spazio del chiostro rinascimentale costituisce una cornice di senso per la performance progettata per il 1 luglio: dedicato alla regola femminile, luogo recluso delle donne in cerca di una personale vittoria sul tempo profano, richiama indirettamente le dee antiche dedicate alla nike.
Elementi costituti del laboratorio sono l’idea astratta della vittoria nella vita: qual è il significato che ciascuno/a di noi attribuisce a questo concetto così ripetuto, ma che oggi non è concretizzato in una statua divina?
A partire dalle varie forme con cui la Nike senza ali nell’antichità greca e quella alata romana si sono incrociate, si cercherà insieme ai partecipanti di fare una cartografia delle “vittorie alate” ovvero “angeli” presenti nel Museo. Entrambe queste figure sono una promessa di buona novella, della realizzazione di un sogno. Le ali sono da una parte un carico pesante, dall’altra sono anche un simbolo di ricompensa.
Durante il laboratorio, mediante l’utilizzo di tecniche di gioco e improvvisazione, con l’ausilio di materiale già predisposto dall’artista, i partecipanti saranno condotti prima all’esplorazione del proprio corpo e della percezione della possibilità del volo e della realizzazione del sogno. Lavorare con gruppi che costituiscono nella percezione comune soggetti fragili o con possibilità limitata di sognare e vincere, ha stimolato nell’artista questa possibilità di azione artistica che coniuga l’intervento sociale dell’arte, con la risignificazione del patrimonio.
Quest’ultimo aspetto è peculiare della pratica artistica di Zygouri, i cui ultimi lavori ad esempio all’oracolo di Anfiarao a Oropos, fuori Atene dal titolo Lysis/Soluzione, hanno fatto interagire un sito archeologico profondamente suggestivo, con elementi dell’inconscio collettivo legati ai sogni durante il covid (l’oracolo era proprio un luogo di lettura del futuro legato ai sogni). Lo stesso schema era utilizzato anche nella reinterpretazione della Venere degli stracci di Pistoletto, presentata a Documenta 14 a Eleusi: ovvero il rapporto tra ciò che resta del paradigma antico, quello che elaboriamo a livello razionale e quello che l’immagine suscita nella profondità del nostro Es, è un modello creativo connaturato alla produzione dell’artista ateniese.
Biografia dell’artista
Mary Zygouri (Atene, 1973) ha conseguito una laurea in Arti Visive presso l’Accademia di Belle Arti di Atene e un Master presso il Chelsea College of Art and Design di Londra. Vive e lavora tra Atene e l’Italia.
Nel 2017 è stata invitata a Documenta 14, esponendo ad Atene e a Kassel al Palais Bellevue. Tra le sue mostre personali figurano “The Repetition of the Impossible” presso Prometeogallery di Ida Pisani, Milano (2018) e “ZOOpoetics-ZOOpolitics” presso Studio Stefania Miscetti, Roma (2011). Ha performato ed esposto in numerose collettive presso musei e istituzioni internazionali, tra cui Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea, Roma; Mu.ZEE, Ostenda; EMST, Atene; MOMUS, Salonicco; Città dell’arte–Fondazione Pistoletto, Biella; Dutch Art Institute, Arnhem; IILA – Istituto Italo-Latino Americano, Roma; IKSV – Istanbul Foundation for Culture, Istanbul. Nel 2012 è stata premiata dalla ΑICA Hellas. Nel 2014 ha collaborato con Michelangelo Pistoletto alla performance “Venus of the Rags /INTRANSIT/ELEUSIS” all’Aischyleian Festival, Eleusis. Ha realizzato “ENYPNIO” (2019) al sito archeologico di Paestum con il supporto della Fondazione Gatto (Salerno) e “LYSIS” (2022) al sito archeologico di Amfiareio Oropos in Grecia, con il supporto della Fondazione NEON. Il suo lavoro è stato descritto e recensito in numerose riviste d’arte e accademiche.
We Are the Last Generation
#我们是最后的一代
Badiucao's Art for Freedom of Speech
China's youth is calling themselves the "Last Generation". The politics of multi-generational punishment is still present and can control individuals as well as families. The covid-zero policies implemented by the authorities became a threat that fuels anger. If one refuses to follow them, their families can be affected. In May 2022 a young man was threatened by the police with punishment for 3 generations of his family. "I'm sorry, we are the last generation," he replied. The video recording of this incident went viral instantly and his line became a slogan on social media platforms.
It soon became clear that this generation has different priorities: many want to leave the country and many do not want to get married or have children. At the moment, the fertility rate is 1.3, lower than countries like Japan. The dream of eternal growth becomes an illusion. In China, not having children was considered a curse in the past, however, right now it is a common mindset. They have been deprived of a desirable future. Climate change, lack of hope for the future and intergenerational gap are all parts of the decline in births.
Badiucao´s art looks at this challenge and tries to turn the frustration into criticism as well as into hope. The selected artworks are pressuring us to imagine a better future. Freedom of speech is absent in Chinese politics and we are a part of this guilty silence. By using a brush, Badiucao is raising his voice and asking us not to forget about what happened and what is still going on in the countries of Asian tigers. Badiucao is committed to support movements such as the Hong Kong protesters and the campaign against the cultural repressions of Uyghurs. He is aware of the urgency to redefine the historical trauma of the People's Republic of China, a country devoted to censorship of the truth.
Badiucao is presenting his political art in the European Parliament, a place of decisions. “My exhibition in the European Parliament highlights the Chinese threat to free speech in the European Union. It portrays the human rights violations including the covid-zero policies as well as the Uyghur genocide. It is important to show the brave resistance inside China through my art. For me, every exhibition is a rare opportunity and a challenge due to the constant censorship from the Chinese government.” Art can make us look beyond the lies and listen to the unheard communities represented by Badiucao´s works.
The installation called This Is Why They Buy Our Baby Formula reminds us that the powerful view us as if we were dust. The artpiece Tiananmen Massacre Watch examines the attempt of complete removal of history by the ones in power. These valuable watches were a gift from the Chinese government to the soldiers who participated in the Tiananmen Massacre in Beijing. A collector sent the original watch to the artist as a piece of remembrance of the tragic event. During the art performance Forgotten, he erases a detailed monumental drawing which portrays a famous tragic photograph. It is not only questioning the idea of beauty and preservation, but it mainly challenges the idea of time. The idea of daisein - expressed by Heidegger and reinterpreted by Hanna Arendt.
Curated by Elettra Stamboulis
Organizer: MEP Markéta Gregorová
Co-rganizers: Vice-President of the EP Pina Picierno, MEP Mikuláš Peksa, MEP Michaela Šojdrová
Special thanks: DOX Centre for Contemporary Art, Sinopsis (loga)
La s.v. è invitata al talk tra gli artisti Victoria Lomasko e Badiucao con la curatrice della mostra Elettra Stamboulis e il direttore di Fondazione Brescia Musei Stefano Karadjov.
12 ottobre 2022, ore 18, Salone Vanvitelliano, Palazzo Loggia
intervengono Emilio Del Bono Sindaco di Brescia
Laura Castelletti Vice Sindaco e Assessore alla Cultura
Roberto Cammarata Presidente del Consiglio Comunale
Francesca Bazoli Presidente Fondazione Brescia Musei
R.S.V.P. [email protected]
A tutti i partecipanti sarà omaggiata una cartolina in edizione limitata autografata dagli artisti.
L’opera di Badiucao Ritratto del Dr Li esposta presso l’ufficio del Presidente del Consiglio Comunale in Palazzo Loggia, sarà visibile dalle ore 15 alle ore 19.30.
Mercoledì 19 ottobre 2022 ore 18.00
Casa degli Artisti, Milano
Intervengono:
Victoria Lomasko, artista
Elettra Stamboulis, curatrice
Modera:
Jacopo Tondelli, Direttore de Gli Stati Generali
Introduzione e saluti:
Valentina Kastlunger, Presidente Casa degli Artisti Milano
In avvicinamento alla mostra Victoria Lomasko. The Last Soviet Artist
dall’11 novembre 2022 all’8 gennaio 2023 presso il Museo di Santa Giulia a Brescia.
Il Comune di Brescia, la Fondazione Brescia Musei e il Festival della Pace di Brescia da venerdì 11 novembre 2022 sino a domenica 8 gennaio 2023 presentano per la prima volta in Italia la personale dell’artista dissidente russa Victoria Lomasko. La mostra Victoria Lomasko. The Last Soviet Artist, a cura di Elettra Stamboulis, si terrà negli spazi espositivi del Museo di Santa Giulia a Brescia. Presentata nell'ambito del Festival della Pace di Brescia, l’esposizione è il terzo atto della ricerca, curata da Elettra Stamboulis, intrapresa da Fondazione Brescia Musei nel 2019 con la mostra di Zehra Doğan Avremo anche giorni migliori. Opere dalle carceri turche, e proseguita nel 2021 con la personale di Badiucao La Cina non è vicina. Opere di un artista dissidente.
In attesa dell’apertura, Lomasko è protagonista nel mese di ottobre e novembre di una serie di incontri di approfondimento e di avvicinamento alla mostra intitolati “L'arte come mezzo per dar voce al bisogno di riconoscimento dei diritti umani”. Mercoledì 19 ottobre alle ore 18.00 si tiene presso Casa degli Artisti di Milano l’incontro moderato da Jacopo Tondelli, Direttore de Gli Stati Generali, con la partecipazione di Elettra Stamboulis, curatrice, e dell’artista Victoria Lomasko. Valentina Kastlunger, Presidente di Casa degli Artisti, introduce l’appuntamento. Durante il talk si affronteranno i temi principali della pratica artistica di Lomasko e per presentare una selezione di opere che saranno in mostra.
Altri appuntamenti si terranno presso l’Università Cattolica di Brescia, l’Università Bocconi di Milano, l’Università degli Studi di Milano, Hdemia di Belle Arti Santa Giulia di Brescia e l’Accademia di Belle Arti LABA di Brescia.
A novembre l’artista sarà inoltre protagonista di due incontri organizzati in collaborazione con la Cooperativa Cattolico-democratica di Cultura di Brescia e l’associazione Memorial-Italia: sabato 12 novembre, alle ore 16, la presentazione della graphic novel Other Russias, firmata dalla Lomasko stessa (presso la White room del Museo di Santa Giulia) e martedì 15 novembre alle ore 18 un incontro sui temi dei diritti e della democrazia della Russia di oggi, con la partecipazione di Marcello Flores, Elena Zafesova, Carolina De Stefano, Anton Dolinil (presso l’Auditorium del Museo di Santa Giulia).
“Victoria Lomasko. The Last Soviet Artist è una mostra che permette di entrare in una geografia nascosta del paese più esteso del mondo, la Russia”, dice Elettra Stamboulis, curatrice. “Victoria Lomasko è una artista che nel periodo putiniano ha sfidato innanzitutto l'estetica imperante dell'arte contemporanea, ponendosi nel pieno della tradizione realista, anche se con un tratto personalissimo e sintetico, mentre la reazione al passato concluso vedeva la scena rivolgersi esclusivamente a un’arte rarefatta e concettuale”.
La mostra intende presentare una vasta personale dell'artista russa con un percorso ideato specificatamente per gli spazi di Brescia. L’artista realizzerà dei lavori site-specific: un aspetto questo che caratterizza fortemente l’esposizione, considerata una vera e propria creazione d’arte essa stessa, e a cui l’artista ha già iniziato a lavorare negli atelier del Museo di Santa Giulia.
La ricerca artistica di Lomasko permette di ricostruire in modo minuzioso la storia sociale e politica della Russia dal 2011 a oggi: dalle manifestazioni anti Putin che l'artista ha disegnato dal vivo con un tratto originale e immediatamente riconoscibile, alle rappresentazioni della "profonda Russia", quella dei dimenticati e marginali, che da sempre costituiscono i suoi soggetti preferiti. La mostra si sviluppa nei mesi in cui ricorrono i cento anni della nascita dell'URSS.
Victoria Lomasko commenta “Penso che un vero artista sia un individuo sensibile che lascia che il mondo parli attraverso di sé. L’artista trasmette il dolore, la speranza e l’amore, ma c’è una cosa che l’artista non deve mai trasmettere: l’odio. Secondo me l’arte non serve per combattere contro qualcosa (non è per niente brava a farlo), ma per offrire qualcosa. Il suo obiettivo principale, soprattutto mentre c’è una guerra in corso, è di mostrare che l’umanità è una e indivisibile”.
La mostra rappresenta l’appuntamento principale del Festival della Pace, tanto che l'immagine rappresentativa del Festival è legata a un'opera presente in mostra. Con questo nuovo progetto Fondazione Brescia Musei prosegue il format espositivo dedicato alla narrazione del contemporaneo attraverso l’arte, in un dialogo col quale vengono interpretati i più significativi fenomeni storici attuali. Le mostre di Zehra Doğan e di Badiucao hanno riscontrato un grande successo di pubblico con oltre 50.000 accessi, confermando il Museo di Santa Giulia come sede di scoperta di grandi artisti internazionali inediti nel nostro Paese. L’arte contemporanea e diritti umani trovano in questa articolata iniziativa un punto di sintesi nella rivelazione di artisti dissidenti e attivisti.
Questa linea di azione dedicata all’arte come ambasciatrice del tema dei diritti umani porta a Brescia artisti al centro di problematiche complesse: interessanti voci della creatività internazionale hanno poi trovato una loro collocazione e legittimazione nel panorama internazionale delle arti visive contemporanee grazie al cono di luce acceso dalla Fondazione Brescia Musei su di loro, anche grazie ai cataloghi editi da Skira. Con queste mostre Brescia ha lanciato personalità ora divenute celebri nel mondo dell’arte nazionale e internazionale. Basti pensare a Zehra Doğan che oggi espone a Londra e a Badiucao che subito dopo la mostra al Museo di Santa Giulia è stato chiamato negli Stati Uniti in Florida con un progetto di street art durante Art Basel Miami e a Praga al Dox Center.
VICTORIA LOMASKO
Considerata dalla critica e dalla stampa anglosassone come la più importante artista sociale grafica russa, Lomasko è sostanzialmente ancora sconosciuta al pubblico italiano, anche se i suoi libri sono stati da tempo tradotti in inglese, tedesco, francese e spagnolo. Other Russias ha ricevuta una menzione speciale dal Pushkin House Book Prize nel 2018, anche se il libro non è mai stato pubblicato in Russia. Su di lei è stato realizzato un documentario, The Last Soviet Artist diretto dal musicista e compositore Geraint Rhys, è stata intervistata ripetutamente dai media internazionali. Le sue opere sono state esposte al museo Reina Sofia di Madrid, che ha acquisito parte dell'archivio, a Basilea, a Londra ed è al momento ospite di Documenta a Kassel.
ELETTRA STAMBOULIS
Elettra Stamboulis (Bologna, 1969) è curatrice di mostre d'arte contemporanea e fumetto, sceneggiatrice per il fumetto e dirigente scolastica. Ha curato le mostre di numerosi autori di fumetto italiani e stranieri, in Italia e all'estero. In particolare, ha curato l'unica mostra degli originali di Marjane Satrapi nel 2005 "Marjane Satrapi ovvero dell'ironia dell'Iran" e la mostra itinerante di Joe Sacco, “Nuvole da oltre frontiera”. Ha diretto e progettato il festival internazionale del fumetto di realtà Komikazen (2005 - 2015) che ha portato in Italia il Graphic Journalism e promosso l'attivismo grafico.
Ha scritto le sceneggiature per le Graphic Novel: “L'ammaestratore di Istanbul” (Comma 22, 2008 - Ristampa Giuda edizioni 2013, ebook in inglese di VandaPublishing), “Officina del macello”, (Edizioni del Vento, 2008 - Ristampa di Eris Edizioni 2014), “A cena con Gramsci” (BeccoGiallo 2012), “Arrivederci Berlinguer” (Becco giallo 2013), “Pertini tra le nuvole” (Becco giallo 2014), “Diario segreto di Pasolini” (Becco giallo 2015), tutti disegnati da Gianluca Costantini. “Piccola Gerusalemme”, disegnata da Angelo Mennillo (pubblicata in greco, turco e francese. Edizione italiana Mesogea edizioni 2018).
Ha sempre affiancato alla scrittura e alla curatela l’attività di docenza ed è dirigente scolastica del Liceo Artistico e Musicale di Forlì.
Per Fondazione Brescia Musei ha curato le mostre di Zehra Doğan Avremo anche giorni migliori. Opere dalle carceri turche e di Badiucao La Cina non è vicina. Opere di un artista dissidente.
JACOPO TONDELLI
Jacopo Tondelli è nato a Milano nel 1978, cresciuto tra la periferia e le campagne, laureato e dottorato in diritto penale all’Università di Pavia. Nei primi anni duemila girovaga tra la Germania, l’Italia e Israele e lungo quelle rotte incontra il giornalismo. Inizia a scrivere per il Riformista, a inizio 2008 passa alla redazione economica del Corriere della Sera dove resta per quasi tre anni, durante i quali scrive anche due libri, uno su Israele e l’altro sulla sinistra italiana. A fine 2010 fonda e inizia a dirigere Linkiesta.it. Nel 2012 ha vinto il premio giornalistico Premiolino per la sezione web. Si dimette a inizio 2013. È co-fondatore e direttore de Gli Stati Generali. Nel 2020, proprio all’inizio del lock-down, “arriva” nelle librerie il suo primo romanzo, “I giorni sbagliati”, pubblicato da Laurana Editore.
INFORMAZIONI AL PUBBLICO
Casa degli Artisti
Corso Garibaldi 89A / Via Tommaso da Cazzaniga, 20121 Milano
Ingresso libero
Per info e prenotazioni: [email protected]
FONDAZIONE BRESCIA MUSEI
La Fondazione Brescia Musei è una fondazione di partecipazione pubblico – privata presieduta da Francesca Bazoli e diretta da Stefano Karadjov. Fanno parte di Fondazione Brescia Musei anche: Museo di Santa Giulia, Brixia. Parco Archeologico di Brescia romana, Museo delle Armi Luigi Marzoli, Museo del Risorgimento Leonessa d’Italia e il Cinema Nuovo Eden.
Fondazione Brescia Musei è con la Pinacoteca Tosio Martinengo l’ente capofila della Rete dell’800 lombardo, il network fondato nel 2004 e ricostituitosi nel 2019 con il supporto di Regione Lombardia.
Victoria Lomasko. The Last Soviet Artist
A cura di Elettra Stamboulis
11 novembre 2022 – 8 gennaio 2023
Museo di Santa Giulia, Brescia
Anteprima per la stampa:
venerdì 11 novembre 2022 ore 11.30
Inaugurazione e opening aperto al pubblico:
venerdì 11 novembre 2022 dalle ore 18.30 alle ore 22.00
CONTATTI PER LA STAMPA
PCM Studio di Paola C. Manfredi
Via Farini 70 | 20159 Milano | www.paolamanfredi.com
[email protected] | T. + 39 3409182004
Fondazione Brescia Musei
Francesca Raimondi | [email protected] | +39 3318039611
Comune di Brescia
Rossella Prestini | [email protected] | +39 338 8948668
Rappresentare e intervenire nella realtà.
Badiucao, Zehra Doğan e Victoria Lomasko
Elettra Stamboulis Curatrice di mostre d'arte,
sceneggiatrice e docente
Modera Giacomo Comiati
17.30 - Sala E, 8 ottobre 2022, Palazzo Bo, Padova
www.alumniscuolagalileiana.it
Is poetry of any use? There are those who measure necessity solely on basic needs, and, in the short time we are allowed, accumulate an inordinate amount of objects of no use. There are those who prophesy that we will all die without them, but this has not yet been disproved. And there are those who try, but need a ball of thread not to get lost in the labyrinth of verses. But the Minotaur is always lurking there, and it is called “narrative reason”: where is the history of poetry? It is called school—years spent studying poetry only to abandon it for good. It is called procrastination—always finding an easy verse to quote when necessary, with no need for a book at home. And yet...
Yet, in the difficult moments of life, there is nothing like poetry to inspire us to brave, desperate, passionate action. Or to resistance. It is no coincidence that, besides music, which has always accompanied armies to the front, our other ally in the absurdity of armies has always been poetry. Poetry is not a candid object; it is, rather, an incandescent, pyromaniacal one. Poetry inflames, disrupts, and also comforts. Prayers are poems, too. Verses are amulets that can protect as well as cast curses. They are cigarettes that burn the skin, and poets are the sorcerers who roll them.
Which is why Costantini’s portraits are permanently shrouded in smoke. The men and women authors he has selected are connected with each other, linked by a material vapour that suggests they belong in the lineage of wizards and witches. These faces, made impervious to time by the clear line that makes their forms a synthesis, also compose the emotional and literary atlas of the artist, who gives us his Decalogue, his personal ball of thread to guide us through the thick forest of poetry without getting lost. This combination of lines and words, which implies the concrete absence of the subject portrayed, composes an autobiographical mosaic of the artist, as well as a viaticum for the viewer or reader, an antidote, an exorcism through visual poetry. Or a lucid vision—in Burroughs’s words, “until the bare lies shine through.”
Elettra Stamboulis
Venditori e venditrici di fumo
Ma la poesia serve a qualcosa? C'è chi misura la necessità unicamente sui bisogni primari, e acquisisce nel tempo breve che ci è concesso uno smisurato numero di oggetti di nessuna utilità. C'è chi vaticina che senza moriremo tutti, ma ancora non è stato smentito. E c'è chi ci prova, ma ha bisogno di un gomitolo per non perdersi nel labirinto dei versi. Ma il Minotauro è sempre lì in agguato, e si chiama ragione narrativa - dov'è la storia della poesia?. Si chiama scuola - anni a studiare poesia per sempre abbandonarla. Si chiama procrastinazione - trovare sempre un versetto facile da citare in caso di necessità senza bisogno di avere manco un libro a casa. Eppure.
Eppure nei momenti difficili della vita niente come la poesia ci spinge a fare azioni coraggiose, disperate e passionali. Oppure a resistere. Non a caso, oltre alla musica che sempre ha accompagnato gli eserciti al fronte, l'altra alleata dell'insensatezza delle armate è sempre stata lei, la poesia. Che non può essere considerata come un oggetto candido, ma è anzi incandescente e piromane. La poesia incendia, scompone e anche conforta. Anche le preghiere sono poesie. I versi sono amuleti che possono proteggere, ma anche lanciare maledizioni. Sono sigarette accese sulla pelle e i poeti sono gli stregoni che le preparano.
Ecco perché i ritratti di Costantini sono avvolti da questo fumo continuo. Gli autori e le autrici che ha selezionato sono in unione tra loro, legati da questo vapore oggettuale, quello che mostra che sono della schiatta dei maghi e delle fattucchiere. Questi volti, resi insensibili al tempo dalla linea chiara che rende le loro forme una sintesi, costruiscono anche l'atlante emotivo e letterario del disegnatore, che ci consegna il suo decalogo, il suo personale gomitolo per addentrarsi nel folto bosco della poesia e non perdersi. Questo insieme di linee e parole, che presuppone la concreta assenza del soggetto ritratto, costruisce un mosaico autobiografico dell'artista, ma anche un viatico per che guarda o legge, un antidoto, uno scongiuro mediante poesia visiva. O anche una lucida visione , fin quando la nuda menzogna non vi splenda attraverso, per citare Burroughs.
Elettra Stamboulis
English | Italiano
MADe IN CHINA is the first solo show by Badiucao, the pseudonym of a Chinese artist-activist known for his protest art who is currently working in exile in Australia.
Badiucao has established himself on the international stage thanks to social media, through which he spreads his message all over the world, exposing himself on the front line against every form of ideological and moral control exercised by political power, constantly challenging the Chinese government and censorship in support of the transmission of a non-plagiarized historical memory. He expresses his commitment through the creation of participatory campaigns, posters in public places, illustrations and online activities, often constructed with a visual language that ironically evokes propaganda in a Pop vein, reproducing its graphic style, colours and tones.
The exhibition looks back over the Badiucao´s oevre, considering multiple aspects of his artistic production: graphic, painted and multi-material works bearing witness to the violations of human rights, the censorship inflicted on Chinese citizens on the issue of Covid-19, the repression of dissents in Myanmar during the military coup in 2021, as well as the forced cultural assimilation of the Uyghurs and including the protests that have seen the population of Hong Kong struggle to challenge the political line of the government. The exhibition also features Badiucao´s most recent works reflecting the war in Ukraine.
Curator: Elettra Stamboulis
DOX Curator: Michaela Šilpochová
English | Italiano
Il DOX Centre for Contemporary Art di Praga ospita la mostra MADe IN CHINA, personale dell’artista cinese dissidente Badiucao, dal 13 maggio al 28 agosto 2022 a cura di Elettra Stamboulis.
La mostra, organizzata in collaborazione con Fondazione Brescia musei, è la seconda in Europa dell’artista-attivista noto per la sua arte di protesta che attualmente lavora in esilio in Australia; la prima è stata organizzata dal Comune di Brescia e la Fondazione Brescia Musei presso il Museo di Santa Giulia dal 13 novembre 2021 al 20 febbraio 2022 con il titolo LA CINA NON È VICINA. Badiucao – opere di un artista dissidente, che ha ottenuto grande consenso di critica e di pubblico oltre che mediatico. Le opere esposte nella mostra di Praga sono sostanzialmente quelle già presentate a Brescia, arricchite da una nuova sezione dedicata all'Ucraina dal titolo "Il battito d'ali di Kiev".
Badiucao si è affermato sulla scena internazionale grazie ai social media, attraverso i quali diffonde il suo messaggio a tutto il mondo. In questo modo l’artista si espone in prima linea contro ogni forma di controllo ideologico e morale esercitato dal potere politico, sfidando costantemente il governo e la censura cinese a sostegno della trasmissione di una memoria storica non plagiata. Badiucao esprime il suo impegno attraverso la realizzazione di campagne partecipative, manifesti in luoghi pubblici, illustrazioni e attività online, spesso costruite con un linguaggio visivo che evoca ironicamente la propaganda in chiave pop, riproducendone lo stile grafico, i colori e i toni.
Tanti i temi affrontati dalla mostra, che ripercorre l’opera di Badiucao nelle diverse sezioni che verranno allestite. Dalle opere pittoriche e multimateriali che testimoniano le violazioni dei diritti umani, alla censura inflitta ai cittadini cinesi sul tema Covid-19, dalla repressione del dissenso in Myanmar durante il colpo di stato militare del 2021 al tema dell’assimilazione culturale forzata degli Uiguri, fino al dettagliato racconto in chiave artistica delle proteste degli ultimi anni che hanno visto la popolazione di Hong Kong battersi per contrastare la linea politica governativa a Hong Kong. La mostra presenta anche le opere più recenti di Badiucao che riflettono sulla guerra in Ucraina.
Curator: Elettra Stamboulis
DOX Curator: Michaela Šilpochová
Le associazioni Màcheri di Andreis, Circolo Arci Tina Merlin di Montereale, Ikarus di Azzano Decimo, Anpi provinciale Pordenone, con il patrocinio delle Amministrazioni Comunali di Azzano e Montereale, propongono per venerdì 6 maggio, alle 18.30 l‘incontro Kurdistan tra arte e identità, che si terrà a Montereale Valcellina (Sala Menocchio). Al centro dell‘evento Prigione numero 5 – Le verità oltre le sbarre; dialoghi con Elettra Stamboulis, curatrice della postfazione e della tournée di Prigione numero 5 di Zehra Doğan (Graphic novel, Becco Giallo editore). Presenta Vincenzo Bottecchia Vicepresidente APS Màcheri.
Sabato 7 maggio, alle 18, all’interno del progetto “Memorie in Rosa”, incontro intitolato La resistenza delle donne, che si terrà ad Azzano Decimo, nella Casa dello studente. Interviene l‘avv. Loris Parpinel, presidente Anpi provinciale di Pordenone.
Zehra Doğan è un’artista, attivista e giornalista curda. Nel 2016 è condannata a tre anni di reclusione dalle autorità turche per propaganda terroristica a causa di un disegno raffigurante la città curda di Nusaybin, situata al confine con la Siria, dopo il bombardamento dell’esercito turco. Per quasi tre anni Zehra rimane in carcere, nella prigione numero 5 di Diyarbakir. Una prigione inscritta nella storia del Paese come luogo di persecuzione, ma anche di resistenza. Utilizzando materiali di fortuna: avanzi di cibo, capelli, tè, caffè, ecc., sfidando muri e divieti, continua a disegnare facendo uscire i suoi lavori dal carcere in modo clandestino. Prigione numero 5 è quindi un diario dal carcere, un pezzo di poesia, una forma di resistenza, una risposta alla rabbia. È la sua testimonianza, unica e tragica.
Nata a Bologna da esuli politici greci, Elettra Stamboulis è una curatrice d’arte contemporanea, autrice e dirigente scolastica. Tra i suoi libri ricordiamo Piccola Gerusalemme (Mesogea, 2018) e, con Gianluca Costantini, Cena con Gramsci, L’ammaestratore di Istanbul, Arrivederci Berlinguer, Diario segreto di Pasolini, tutti editi da Becco giallo. Ha curato numerose personali, fra cui quelle di Joe Sacco, Marjane Satrapi, Aleksandar Zograf e la prima personale di Zehra Doğan in un museo pubblico (musei di Santa Giulia Brescia 2019 – catalogo Skirà) e nel 2021 sempre a Brescia la personale di Badiucao “La Cina (non) è vicina”. Ha fatto parte di diversi collettivi storici del fumetto italiano degli inizi anni 2000, ha scritto per Linus, East West, Artribune e numerose altre riviste e quotidiani, non solo italiani. Al momento dirige il Liceo Artistico e Musicale di Forlì A.Canova.
Venerdì 6 maggio, ore 18.30
Montereale Valcellina, Sala Menocchio
Kurdistan tra arte e identità
Sabato 7 maggio, ore 18.00
Azzano Decima, Casa dell studente,
All'interno del progetto "Memorie in Rosa", La resistenza delle donne
Personale di Victor Fotso Nyie
Galleria Comunale d'arte La Molinella - Faenza
Sabato 15 gennaio h 17.30
Dopo l'importante personale a Ferrara a Palazzo Turchi di Bagno, organizzata in seguito all’assegnazione del primo premio Biennale Don Franco Patruno di novembre 2021, sarà possibile ammirare le opere di Victor Fotso Nyie anche a Faenza, città in cui vive e lavora.
Victor Fotso Nyie è protagonista di una suggestiva esposizione, nella quale emerge una poetica ormai definita e matura, ancorata alla grande, sapienza tecnica perfezionata in Italia e ispirata al forte desiderio di comunicare valori e temi della sua cultura di origine.
Curata da Elettra Stamboulis, la mostra offre nel titolo Quella terra tra le mani una chiave di interpretazione esplicita e ironica al contempo delle sue installazioni in ceramica del giovane artista di origine camerunense e di formazione italiana. Le figure antropomorfe create con grande maestria dall'artista rappresentano con determinazione, ma anche con un tocco ironico, il saccheggio dell'arte africana da parte del colonialismo europeo prima e delle super potenze poi. Certo, l'aggettivo determinativo "quella" non è chiaro a quale terra faccia riferimento, ed è proprio in questa ambiguità che si gioca l'ottimismo onirico di riappropriarsi del proprio patrimonio.
Come afferma Fotso Nyie, la sua poetica «è caratterizzata dal tema della “riappropriazione” del patrimonio culturale africano da parte delle nazioni d’origine. I miei antenati sono stati privati dai coloni di oggetti molto importanti per le loro funzioni sociali, politiche e religiose perché considerati “souvenir” esotici. Il grande problema dell’esportazione coattiva di questi strumenti e della loro alienazione in altri Paesi sta affliggendo più che mai le nuove generazioni. La gioventù africana è costretta a venire in Europa per conoscere la propria storia, per vedere da vicino cose di cui ha solo sentito parlare o di cui ha letto nei libri. […] Di conseguenza essi hanno il dovere di custodirli ed esporli, incuranti dell’irreversibile processo di disidentificazione e devalorizzazione che hanno innescato. Il mio lavoro intende dar voce a questa necessità di riscoperta identitaria e di riscatto morale».
Due bambini in fuga con un prezioso carico di ceramiche, un uomo giovane e fiero nella cui mente si stanno risvegliano memorie ancestrali, uno ragazzo che sogna teneramente abbracciato a un idolo tribale: le rappresentazioni di Fotso Nyie sono presenze conturbanti e potenti, poetiche ma decise a riaffermare le ragioni di una ricerca di radici ugualmente espressa nella forma e nella sostanza, senza dimenticare tutto l’amore per una tecnica appresa in Camerun e perfezionata in Occidente. Un nuovo equilibrio, forse possibile seppure mai definitivo, si profila così in queste opere che ci parlano di un altrove ma ci ricordano l’impegno a cui tutti noi siamo chiamati, qui e ora.
Victor Fotso Nyie è nato a Douala, in Camerun nel 1990, dove si è inizialmente formato. Si è poi trasferito in Italia nel 2012 per motivi di studio. Conseguito il Diploma di Tecnico Superiore per la progettazione e la prototipazione dei manufatti ceramici presso l’Istituito Tecnico Superiore Tonito Emiliani di Faenza, nel 2017 si è laureato a pieni voti in Mosaico all’Accademia di Belle Arti di Ravenna e ha frequentato il Biennio di Scultura presso l’Accademia di Belle Arti di Bologna. Vive e lavora a Faenza. Ha ottenuto numerosi premi e riconoscimenti.
Info:
Faenza, Galleria Comunale d’Arte La Molinella voltone della Molinella, 2
15 gennaio – 31 gennaio 2022
Apertura martedì e giovedì 16:30 – 19
Gli altri giorni su appuntamento chiamando o inviando un messaggio whatsApp a 3451663714
Inaugurazione sabato 15 gennaio ore 17,30
Uno sguardo afrofuturista.
di Elettra Stamboulis
L'afrofuturismo è nato ieri, ma ha come orizzonte solo il domani. L'aspetto peculiare di questo poliedrico movimento estetico, nato sostanzialmente negli anni '70 e '80 tra gli afroamericani, ma divenuto ben presto un prisma comune alla diaspora africana nera in generale, è l'indagine sul tempo. Movimento composito, fatto di artisti visivi, musicisti (da Sun Ra ai Public Enemy), teorici e attivisti/e, ha nel suo DNA l'immaginare una giustizia più vasta e una più libera soggettività nera nel futuro. Futuro che può essere anche distopico: l'aspetto però che non manca mai in questo tipo di sguardo è la messa in discussione della temporalità lineare. Il termine fu coniato da Mark Dery nel 19941, che esordiva citando Orwell "chi controlla il passato, controlla il futuro: chi controlla il presente, controlla il passato". Dery partiva da un quesito formale, perché gli intellettuali afroamericani non fanno science fiction? Non immaginano il futuro? E per rispondere, interrogava una serie di importanti testimoni, per scoprire che non c'è un unico modo di porre quesiti sul futuro. Victor Fotso Nyie è sicuramente un artista che interpreta il mondo utilizzando gli occhiali afrofuturisti. Lo fa utilizzando una tecnica antichissima, primordiale, che Cavalli Sforza2 considera provenire dall'Africa Sahariana come i geni, i popoli, le lingue, circa 100.000 anni fa. Proprio il genetista di Stanford, che utilizza diffusamente dati genetici, la mappatura del DNA, l'archeologia e la linguistica, definisce la cultura come il più valido strumento di adattamento biologico. Nelle figure antropomorfe di Victor, che evocano nelle forme qualcosa di profondamente arcaico, sopito nel nostro subconscio archetipico, lì dove alberga la percezione della nostra comune specie, c'è un elemento ironico, che rompe la prevedibilità della forma, inserendo una possibile "futurità", a partire dai due gemelli (un elemento prettamente autobiografico, sono la rappresentazione dei suoi fratelli minori) che reggono un vassoio patrimoniale dorato. Oggetti scomposti e anacronistici, che portano il passato del patrimonio africano naufragato e saccheggiato, ad una tavola imbandita di futuro. "Che cosa se ne potrebbero fare di una restituzione ora del patrimonio de-identificato e sottratto al suo tempo i miei fratelli?", si chiede l'artista. Certo, la memoria ha gole profonde, ristagna e forme pozze dove meno ce l'aspettiamo, in attesa che la corrente riprenda. Non ha un andamento lineare, ci dice l'afrofuturismo. E così il ragazzo dormiente, con la copia di un'opera originale tradizionale tra le mani, immagina un futuro possibile, ma ancora che rimane onirico.
Il sogno è un elemento ricorrente e trasparente in questa serie di lavori: da Rêve lucide in cui il sogno lucido porta ad una possibilità di allattamento dorato a Suivre ses rêves in cui l'aspetto autobiografico si connette alle aspettative di un continente. Il mondo inconscio culturalmente inesplorato di generazioni diventa terra tra le mani ed è forgiato dal giovane camerunense con estrema maestria tecnica unita ad uno sguardo acuto, un Regard passioné per citare un altro titolo, ironico, ma anche determinato e non subalterno.
La figura inquieta di Vue céleste che guarda spietatamente lo spettatore che si riflette negli occhi incavati e dorati ci ricorda quanto il sacro ci riporti alla nostra limitatezza, al nostro limite materiale e visivo, al nostro sguardo che spesso ha orizzonti supinamente post coloniali.
La graine qui germe è quindi una promessa, una scommessa, un intento civile e artistico. Il seme che può germogliare dalla riconnessione con la propria storia culturale potrebbe costituire un parto intellettuale nuovo, dorato, sorpreso. E Victor ci ricorda che questo cambiamento è possibile.
1 M. Dery, “Black to the Future: Interviews with Samuel R. Delany, Greg Tate, and Tricia Rose.” In Flame Wars:
The Discourse of Cyberculture. Edited by Mark Dery, 179–222. Durham, NC: Duke University Press, 1994.
2 L.L. Cavalli Sforza, Geni, popoli e lingue, Adelphi, Milano - 1997 (ed. or. 1996)
11 november 2021, 16:30
Universitè Paul Valery
A Research Seminar convened by Barbara Spadaro and Daniele Comberiati
for a Special Issue of the Journal of Graphic Novels and Comics.
11.11.2021 - 16h30-19h30 (Time Zone Paris) https://univ-montp3-fr.zoom.us/j/98433163245
16h30: Eric Villagordo (UPVM), La Bande dessinée en mouvement. Circulation des Suds et Bande dessinée
16h35: Barbara Spadaro (University of Liverpool) & Daniele Comberiati (UPVM), Introduction
The Italian Fumetto: Memory, Translation and Transformation/1
16h45: Loredana Polezzi (Stony Brook University), The Making of a Transnational Classic: Hugo Pratt’s Corto Maltese, Colonial Memory and Decolonial Remediation
16h55: Matteo Stefanelli (Università Cattolica del Sacro Cuore), Fumetto Export. History and Recent Trends in International Circulation of Italian Comics
17h05-17h20: Discussion
The Italian Fumetto: Memory, Translation and Transformation/2
17h20: Daniele Comberiati (UPVM), Comics and Transgenerational Memory. The Dylan Dog’s case.
17h30: Chiara Giuliani (University College Cork), Collective Biographies and Transnational Identities in Primavere e Autunni and Chinamen. Un secolo di Cinesi a Milano.
17h40-17h55: Discussion
17:55-18:10 Break
Transnational Margins, Comics Activism.
18h10: Nicoletta Mandolini (Universidade do Minho), Wonder Feminisms. Comics-Based Art-Activism against Gender Violence in Italy
18h20: Alessia Mangiavillano (Coventry University), Migrants in the Frames: Comics Journalism across the Mediterranean Border
18h30-18h45: Discussion
Graphic Journalism in the Mediterranean. A Conversation with Elettra Stamboulis.
18h45-19h05 Barbara Spadaro and Elettra Stamboulis.
19h05: Transnational Italian Comics. A response, with Ivan Pintor Iranzo (UPF)
19h30: End of the seminar
Il Comune di Brescia e la Fondazione Brescia Musei, presieduta da Francesca Bazoli e diretta da Stefano Karadjov, presentano per la prima volta in Italia un nuovo progetto espositivo dell’artista dissidente cinese, residente in Australia, Badiucao (Shangai, Cina, 1986): la mostra La Cina (non) è vicina. BADIUCAO – opere di un artista dissidente, a cura di Elettra Stamboulis, si terrà dal 13 novembre 2021 al 13 febbraio 2022 negli spazi espositivi del Museo di Santa Giulia di Brescia.
La mostra rappresenta l’evento di punta del Festival della Pace, organizzato dal Comune e dalla Provincia di Brescia dal 12 al 26 novembre 2021. L’evento, giunto alla sua IV edizione, vanta ad oggi il Patrocinio del Parlamento Europeo e di Amnesty International.
L’esposizione La Cina (non) è vicina. BADIUCAO - opere di un artista dissidente è la prima personale dedicata a Badiucao, pseudonimo dell’artista-attivista cinese noto per la sua arte di
protesta, attualmente operante in esilio in Australia. Il percorso espositivo ripercorre l’attività artistica di Badiucao, dagli esordi alle opere più recenti che sono nate in risposta
alla crisi sanitaria innescata dalla pandemia di Covid-19.
Badiucao, spesso conosciuto come il Banksy cinese, si è affermato sul palcoscenico internazionale grazie ai social media, coi quali diffonde la propria arte in tutto il mondo – il suo account twitter @badiucao è seguito da più 80 mila persone –, e sfida costantemente il governo e la censura cinese. La sua vocazione artistico-politica nasce nel 2007, quando, studente di Legge all’Università di Shanghai vede il documentario The
Gate of Heavenly Peace, un girato clandestino diretto da Carma Hinton e Richard Gordon sulle proteste di Piazza Tienanmen. L'artista sviluppa una ferma decisione di esprimersi in prima linea contro ogni forma di controllo ideologico e morale esercitato dal potere politico, a favore della trasmissione di una memoria storica non plagiata. Il suo impegno politico si realizza, infatti, nella creazione di campagne partecipative, affissioni in luoghi pubblici, illustrazioni e attività online, spesso costruite con un linguaggio visivo che evoca ironicamente lo spirito pop della propaganda comunista, ricalcandone lo stile grafico, i colori e i toni.
Grazie al suo blog, ai social media e a campagne di comunicazione organizzate, Badiucao dall’Australia ha portato avanti la propria attività di resistenza, diventando l’unico canale non filtrato dal controllo governativo capace di trasmettere i racconti dei cittadini di Wuhan durante il lockdown del 2020.
Nel 2020 gli è stato conferito dalla Human Rights Foundation il Premio Václav Havel Prize for Creative Dissent, destinato ad artisti che creativamente denunciano gli inganni delle dittature.
Elettra Stamboulis, curatrice della mostra, commenta: “Il lavoro di mappatura degli artisti dissidenti, attivisti politici e visualmente militanti, continua con questo progetto espositivo: al centro la poetica dell’artista cinese che collabora con i movimenti del tè al latte. Il Milk tea Alliance è formato da Net Citizen che operano ad Hong Kong, Taiwan, Thailandia e Birmania. Sono tra gli artefici e promotori delle più importanti manifestazioni per la democrazia e i diritti umani in Estremo Oriente, e Badiucao è il loro artista”.
Tanti i temi affrontati dalla mostra nelle diverse sezioni che verranno allestite. Dalle opere pittoriche e multimateriali che testimoniano le violazioni dei diritti umani, alla censura inflitta ai cittadini cinesi sul tema Covid-19, dalla repressione del dissenso in Myanmar durante il colpo di stato militare del 2021 al tema dell’assimilazione culturale forzata degli Uiguri, fino al dettagliato racconto in chiave artistica delle proteste degli ultimi anni che hanno visto la popolazione di Hong Kong battersi per contrastare la linea politica governativa a Hong Kong.
“La Fondazione Brescia Musei sta preparando in queste settimane un nuovo importante evento espositivo, dedicato al rapporto tra arte contemporanea e diritti”, afferma Stefano Karadjov, direttore della Fondazione Brescia Musei. “Questa volta la mostra dedicata al dissidente cinese Badiucao, esule in Australia da una decina di anni e mai esposto in Occidente, sarà una vera e propria rivelazione fatta di installazioni multimateriali, tele, opere grafiche e cartoon. Ciò che rende davvero importante questo impegno è che l’artista stesso è presente a Brescia per l’allestimento delle proprie installazioni e per il fitting del set up agli spazi che sarà particolarmente originale visto che l’arte di Badiucao attraversa i generi e ammicca alla iconografia della propaganda rivelando però un’ironia tagliente espressa nei colori e nei toni pop e in uno stile grafico incredibilmente moderno. Una vera rivelazione, che aspetta da metà novembre il pubblico italiano a Brescia nuovamente al centro della discussione attorno ai temi del contemporaneo”.
Con questo nuovo progetto Fondazione Brescia Musei, insieme al Comune di Brescia, prosegue il percorso iniziato nel 2019 con la mostra Avremo anche giorni migliori. Zehra Doğan. Opere dalle carceri turche, nella quale l’artista curda, attraverso l’esposizione di una sessantina di opere inedite, ha intersecato e intrecciato la propria vicenda personale con i drammatici eventi politici della più stringente attualità, evidenziando la relazione tra opere contemporanee e diritti umani. Dopo il successo di Brescia, una selezione di opere di Zehra Doğan sono state esposte nel 2021 al PAC – Padiglione d’Arte Contemporanea di Milano.
Un format espositivo dedicato alla narrazione del contemporaneo attraverso l’arte, un dialogo grazie al quale vengono interpretati i più significativi fenomeni storici attuali. Arte contemporanea e diritti umani trovano quindi un punto di sintesi nella rivelazione di artisti dissidenti e attivisti, per lo più inediti in Occidente.
“Fondazione Brescia Musei ha intrapreso un paio di anni fa un percorso dedicato alla comprensione dell’arte contemporanea quale forma di espressione particolarmente forte e simbolica delle sofferenze vissute nei contesti in cui la libertà di parola, di espressione, di movimento è limitata o fortemente violata”, dichiara Francesca Bazoli, presidente della Fondazione Brescia Musei. “Questo format, che ci permette ogni anno di esporre un artista che opera in quadranti geopolitici impegnativi, consente alla nostra istituzione di definire al meglio una voce autonoma e autentica nel panorama italiano dell’arte contemporanea. Sono dunque particolarmente felice che ci accingiamo a replicare l'esperienza estremamente positiva già avviata con Zehra Doğan nel 2019, con un altro artista nuovamente giovane, inedito in occidente e colmo di passione civile e coraggio”.
“A ormai solo poco più di un anno dal 2023, quando Brescia – assieme a Bergamo – avrà l’onore e l’onere di mostrarsi a tutto il Paese e oltre come Capitale Italiana della Cultura, appare non
solo giusto ma direi doveroso che la nostra città prosegua, con la mostra dedicata a Badiucao, quel percorso iniziato con la mostra di Zehra Dogan e teso a sottolineare l’indissolubile legame tra
arte e libertà”. Così afferma la Vicesindaco e Assessore alla Cultura Laura Castelletti, aggiungendo che “la libertà di creare è un diritto fondamentale come quello di
parola, di cui non è che una diversa forma espressiva. In questo senso, va accudita e tutelata in quanto risorsa per ogni democrazia e per le comunità. Brescia non vuole solo essere capitale
della cultura, ma capitale di culture, aperte, libere, plurali. Accogliere e conoscere più da vicino l’opera di Badiucao ne è una straordinaria conferma”.
“La mostra dedicata a Badiucao è il secondo momento di un percorso, iniziato con Zehra Dogan, con un profondo significato”, commenta Roberto Cammarata, Presidente del Consiglio del Comune di Brescia. “Il Festival della Pace, questa sarà la IV edizione, ha travalicato i confini di Brescia proprio grazie alla forza comunicativa dell'arte di Zehra Dogan. Ora, con Badiucao, daremo ancora una volta spazio, voce, riconoscimento e visibilità a chi vede i propri diritti violati, a chi ha perso la sua libertà, ma ha tanto da dire anche a noi. Il lavoro di Zehra passa nelle mani di Badiucao come un testimone e, allo stesso modo, la nostra voce si fa testimonianza per permettere a questo messaggio di diffondersi, facendo arrivare lontano la voce di tutti coloro che non possono parlare. A questo proposito, il nostro pensiero non può che andare a Patrick Zaky: durante il Festival verrà assegnato per la prima volta il premio Brescia Città della Pace, che quest'anno sarà dato proprio a lui. Non potendolo ritirare personalmente perché incarcerato in Egitto, riceverà il premio Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia”.
Piegati, amore, finché non passa la tempesta
Mi sono piegata così tanto che la mia schiena è diventata un arco. Quando scoccherai la tua freccia?
(Allunghi le mani e trovi una manciata di farina)
Piegati, amore, finche non passa la tempesta
Mi sono piegata così tanto che la mia schiena è diventata un ponte. Quando lo attraverserai?
(Cerchi di spostare il piede, ma il ferro non si sposta)
Piegati, amore, finché non passa la tempesta
Mi sono piegata così tanto che la mia schiena è diventata un punto interrogativo. Quando risponderai?
(L'agente che conduce l'interrogatorio mette un disco pieno di applausi).
Mahmud Darwish,
Diario di ordinaria tristezza, in Una trilogia palestinese, Milano 2014, p. 57
Darwish, insieme a Edward Said, è la voce che testimonia l'esistenza della cultura palestinese, il popolo senza patria per eccellenza, dicono. Dicono perché la terra che loro abitavano è stata concessa ad altri come risarcimento per il grande male che l'Europa aveva commesso verso di loro. Anche i curdi sono un popolo senza patria, ma non essendo legato questo spoglio, almeno direttamente, alle mani delle potenze occidentali, spesso sono dimenticati nell'elenco dei senza terra. C'è però un'altra ragione: il nostro ondivago oblio, che si ricorda dei curdi quando diventano utili alleati on the ground per dirimere conflitti in cui anche gli eserciti più forti della terra si trovano in difficoltà, è rinforzato dall'assenza delle voci di questo popolo, dalla insipienza nostra verso questa specifica cultura. Zehra Doğan si è trovata ad essere la voce più autorevole, la sintesi iconica di queste molte voci silenziate. E non è un caso che sia una donna.
L'assertività del percorso artistico, politico ed intellettuale di Zehra e delle altre si basa su un presupposto ideologico importante, che viene ripreso anche in questa importante Graphic Memoir, ovvero la gineologia (in curdo jineolojî) messa a punto dal prigioniero politico zero dell'odierno regime turco, Öcalan. Nel testo Liberare la vita - La rivoluzione delle donne pubblicato in inglese nel 2013, che comprende suoi testi precedenti al rapimento e all'arresto del 1999, l'ideologo curdo analizzava il processo antropologico che ha portato alla costruzione del patriarcato, riflettendo sull'esperienza socialista e sui suoi limiti rispetto ai processi liberatori, facendolo concludere che senza un processo completo di liberazione del femminile la libertà non può essere conseguita pienamente.
Le sue teorie si sono tradotte in pratiche di governo e di istruzione in Rojava e anche nelle città che sono state guidate da sindaci e sindache curdi, ma soprattutto si sono innestate in una cultura, che come tutte subisce processi di trasformazione sociale che partono dalla narrazione culturale, e sono divenute una delle componenti fondamentali del pensiero politico connesso al processo di emancipazione del popolo curdo.
La Scienza delle donne, come la definisce il leader del PKK, è il presupposto che sta alla base di questo libro, dell'esperienza di Zehra e delle molte altre detenute politiche e non, nelle carceri turche, ma anche siriane. Lo è nel senso che senza questa forte determinazione a prendere la parola, a dirsi protagoniste della propria vita e del cambiamento, non si capirebbe da dove emerge questa assenza profonda di vittimismo, questo ribaltare i ruoli tra vittima e carnefice. Molti commentatori l'hanno definita determinazione alla speranza, che è anche una virtù teologale connessa con la fede nella felicità eterna, ed è quindi una categoria utopistica e che pone fuori dal portato politico l'orizzonte della felicità. Non rappresenta quindi in modo corretto lo sguardo delle attiviste curde, schiettamente femministe e impegnate a costruire in questo mondo una realtà diversa.
Da quando la conosco e curo il suo lavoro d'artista, ho potuto notare quanto questa intrinseca connessione tra identità politica e fare artistico mettesse in difficoltà i suoi interlocutori
occidentali. Joyce Lussu, la straordinaria mediatrice tra noi e Nazim Hikmet, scriveva di lui: Vita e poesia, azione e parola, erano legate in modo così organico e solare, che è illuminante
per conoscere la sua poesia, conoscere le sue vicende. Lo stesso si può dire di Doğan, parafrasando però la parola vicende con "la cultura politica del femminismo curdo". E anche questo
libro ne è testimonianza.
Siamo di fronte ad un testo dallo straordinario valore storico, antropologico, artistico. Che si inserisce ovviamente nel filone della letteratura carceraria (che da Boezio a Marco Polo ci è nota), passando attraverso l'egiziana Nawal El Saadawi, che reclusa da Sadat nel 1981 a seguito delle sue critiche alle politiche governative non solo non smise di scrivere - Il pericolo ha fatto parte della mia vita da quando ho preso in mano una penna e ho scritto. Niente è più pericoloso della verità in un mondo che mente - ma lo fece usando qualsiasi cosa fosse a portata di mano, come ha fatto Zehra in carcere. Lo fece soprattutto senza dimenticare le altre, perché come scrive Zehra "senza le altre sei perduta" e quindi Nawal appena uscita fondò l'Associazione Arab Women Solidarity. Chiaramente c'è nella narrazione sull'enorme prigione turca sempre come riferimento Nazim Hikmet e il suo Poema dal carcere. C'è quindi un mondo di rimandi e sottili emersioni di questa linea rossa della letteratura umana reclusa che è tutta humus per questo fumetto, scritto sul retro delle lettere ricevute da un'amica attivista turca naturalizzata francese, durante il periodo di prigionia.
C'è però una peculiarità che va subito riconosciuta e circoscritta, ed è che si tratta del primo fumetto realizzato in un carcere in diretta, fatto "evadere" come le opere dell'artista attraverso una rete di attivisti, realizzato quindi in stretta collaborazione con le altre e in forma mista, disegnata e scritta. C'è infatti anche una certa tradizione del fumetto carcerario, cito ad esempio In prigione del giapponese Hanawa, o Pericolose in cui la protagonista della storia Zezè è stata coadiuvata da Hermans nel renderla una Graphic, o il più letterario ma ugualmente forte e diretto Una metamorfosi iraniana di Mana Neyestani, in cui gli autori e autrici sono anche testimoni diretti dell'esperienza carceraria narrata. Tuttavia qui siamo di fronte a qualcosa di diverso, perché in tutti gli altri casi menzionati si tratta di una rielaborazione personale dell'esperienza di reclusione fatta ex post, una volta fuori dalle mura. Qui invece abbiamo il "privilegio" di entrare nelle celle della prigione 5, e in quella di Tarso, nel momento in cui Zehra disegna e scrive. Siamo di fronte a un documento storico, oltreché artistico.
Mi soffermo un attimo anche su quest'ultimo aggettivo, perché anche in questo c'è un post quem, una unicità. Si tratta infatti di di un fumetto di un'artista, che al momento dell'arresto era piuttosto conosciuta per la sua attività di giornalista, per la quale aveva ricevuto il prestigioso premio Metin Göktepe nel 2015 per il suo lavoro di indagine sul campo sulle donne yazide. Il premio, ricevuto a soli 26 anni, viene conferito in memoria del giornalista omonimo, morto sotto la custodia della polizia nel 1988 e in un certo senso fu una sorta di profezia che in parte si è auto avverata. Comunque arrestata e condannata per un disegno, formata all'Accademia di Belle Arti della sua città di origine, con all'attivo alcune mostre realizzate in luoghi militanti, Zehra è diventata un'artista contemporanea in carcere attivando le sue risorse più profonde, grazie alla palestra di formazione che è la prigionia delle detenute politiche, al lavoro collettivo, a quella che ha definito "la lotta contro la pigrizia della reclusione". Appena è stata liberata, dopo aver scontato tutti i giorni previsti dalla sentenza, è dovuta andare in esilio volontario e a Londra la aspettava una istallazione alla Tate Gallery. Nel giro di poco tempo è stata acclamata come una dei 100 artisti più influenti al mondo.
Conosciamo l'intrinseco senso di colpa che il modo del fumetto e dei fumettisti si portano addosso da sempre, per il quale è sempre opportuno puntualizzare che malgrado facciano fumetti, sono artisti, oppure che "ricordiamoci che il fumetto è arte", e via dicendo. Ecco, il libro di Zehra spiazza per questo, perché non si tratta come spesso è successo di un passaggio dal fumetto all'Arte (spesso senza ritorno, vedi ad esempio Marjane Satrapi oppure per rimanere in ambito italiano, Marcello Jori) perché il ritorno all'arte sequenziale viene visto come una condanna. Non voglio con questo dimenticare la stagione che va dai Metal Hurlant a quello che Francesca Alinovi definì il nuovo fumetto italiano, un momento di inestricabile energia e di ricerca che ancora non ha dissipato le sue particelle atomiche. Che sembrano tutte esplodere nelle pagine di questa Graphic, che non a caso esce in contemporanea in Francia e in Italia, creando come una saldatura di vicende artistiche che sembrano trovare una sintesi in questa opera. Doğan intuisce quello che è stato, pur non conoscendolo materialmente, provenendo da un paese che ha una importantissima tradizione di fumetto popolare, alternativa e di ricerca, che ha seguito però strade sostanzialmente proprie. Raccoglie queste intuizioni, creando pagine che sembrano combaciare con quanto sempre Alinovi scriveva proprio di Jori su Flash Art nel 1982, quando parlava di penetrazione, attraverso cunicoli ramificati come arterie di sangue, dentro al grembo della terra-utero materno. Una definizione che sembra perfetta per queste pagine.
Vorrei aggiungere infine un'ultima osservazione: questo libro è pieno di nomi e cognomi, di chi ha attraversato per colpa delle proprie idee, le porte della galera. Credo non sia un caso che sia edito proprio da Becco Giallo che è stata la prima casa editrice a dedicare una finestra importante, utilizzando il fumetto, alle vite e quindi ai nomi e ai cognomi di chi si è dedicato alla verità e giustizia. Così, come si fa nel primo giorno di primavera con Libera e che coincide con il Newroz, il capodanno curdo, ripetiamo questi nomi insieme al libro, in una forma di liturgia laica che preservi il senso di queste e questi testimoni dimenticati. La schiena di Zehra e le altre è una freccia, un ponte e un punto interrogativo per tutte noi.